21 ottobre 2013

"La tempesta" di William Shakespeare

Scelgo di aprire questa nuova sezione sulle opere teatrali con l'autore che primo, nella mentalità comune, è associato alla parola "teatro".
Specifico di nuovo che non ho nessuna pretesa di scrivere una critica letteraria e nemmeno una recensione fatta come si deve. Questi sono solo dei miei pensieri personali e, in quanto personali, chiunque può esprimere un'opinione diversa dalla mia e sarò felice di ascoltarla.


"La tempesta" (The tempest) è una commedia di William Shakespeare, scritta tra il 1610 ed il 1611. Per la precisione, secondo la datazione attribuita ai suoi testi, è stato il penultimo ad essere scritto e l'ultimo in cui l'autore ha recitato personalmente.

La trama è un po' complicata, quindi vi consiglio di leggerla prima di vedere quest'opera rappresentata. Si rischia di fare confusione, soprattutto con i nomi, perché ci sono molti personaggi e molte vicende che si intrecciano. 


In sintesi, si può riassumere così:

Il mago Prospero, legittimo Duca di Milano, è stato deposto dal fratello Antonio e costretto all’esilio su un’isola insieme alla figlia Miranda. Appena la nave di Antonio passa vicino all’isola, ne causa il naufragio, scatenando una tempesta grazie alle sue arti magiche e con l’aiuto dello spirito Ariel.
Sulla nave viaggiavano anche il re Alonso (amico di Antonio) e suo figlio Ferdinando, che vengono separati dal naufragio, e credono ognuno che l’altro sia morto.
Nel frattempo il servo di Prospero, Calibano, tenta di organizzare una ribellione contro il padrone, aiutato da Stefano e Trinculo, due ubriaconi della ciurma, ma fallisce.
Prospero tenta di condurre la vicenda degli altri personaggi come fa un regista con gli attori, ma la storia si conclude (anche grazie all’intervento di spiriti e divinità benevole) con un lieto fine: Miranda e Ferdinando s’innamorano e questo matrimonio causa la riconciliazione tra Antonio e Prospero, nonché la rinuncia di quest’ultimo alla magia.

Questo monologo finale è stato interpretato come un riferimento allo stesso Shakespeare che, con quest’opera, abbandona il teatro (almeno come attore) e cerca una sorta di riconciliazione con la società.
Infatti la rappresentazione alla quale noi spettatori assistiamo si sovrappone e si identifica con un’altra rappresentazione: quella messa in scena da Prospero. 
Le sue arti magiche sono lo specchio del lavoro di un drammaturgo: infatti è lui a inventare la tempesta e a scrivere il copione secondo il quale si muovono, o si dovrebbero muovere, i vari personaggi. Ariel è lo spirito al servizio del mago e, in questa chiave di interpretazione, può essere visto come il teatrante chiamato da Prospero a portare a compimento i suoi spettacoli.

La citazione più famosa tratta da “La Tempesta” è sicuramente:

Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni
Non ho trovato un'interpretazione univoca di questa frase. Provo, allora, a dirvi come l'ho intesa io.
Se l'intero spettacolo è una metafora del teatro e Prospero incarna la figura del regista, la frase potrebbe riferirsi agli attori, che incarnano il sogno e l'immaginazione del drammaturgo.

Oppure, potrebbe riferirsi anche a tutti noi... In fondo, tutte le nostre azioni nascono da quello che desideriamo e sogniamo. Vivendo e costruendo la nostra storia personale cerchiamo di tradurre in realtà i nostri sogni.
Insomma... questo testo pone più domande che risposte. Le domande, però, possono anche essere prese come delle strade aperte, degli spunti di riflessione. E' questo il pensiero del regista Andrea De Rosa (è la sua versione dello spettacolo che ho visto in scena). Vi lascio appunto con le parole che lui ha usato per commentare questo lavoro teatrale:

La Tempesta somiglia ad un labirinto. Come in una casa di specchi, ogni volta che intravvedi una via d'uscita, questa si rivela essere dalla parte opposta a quella che avevi immaginato. Come in un miraggio o in un sogno, quando provi ad afferrare qualcosa, l'oggetto su cui credi di aver messo le mani si dilegua. Finché capisci che ciò che conta non è l'uscita e non c'è nulla da afferrare. Stare ad ascoltare le domande che il testo ti pone e restarci dentro, (restare dentro al labirinto) è l'unica via.

- dramaqueen



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