9 gennaio 2014

"L'infinito" di Tiziano Scarpa

Questa volta, ho deciso di parlarvi di uno spettacolo che non mi è piaciuto. Ammetto che abbia anche dei punti di forza, ma credo che non siano stati sviluppati sufficientemente.
Si tratta di "L'infinito" di Tiziano Scarpa.


L'idea iniziale è buona: nella camera da letto di Andrea, uno studente disperato che sta per sostenere l'esame di maturità, si materializza, all'improvviso, Giacomo Leopardi in persona. Dal confronto tra due mondi diversi possono nascere storie molto interessanti, a patto però che questo confronto non sia condotto in modo superficiale.

All'inizio, vedendo Leopardi in carne ed ossa, il protagonista crede di avere un'allucinazione, ma poi si convince che il poeta è veramente lì e i due iniziano a parlare. Ognuno racconta delle sue esperienze di vita e della sua visione del mondo. Giacomo rimane sbalordito dai prodigi della tecnologia del ventunesimo secolo e Andrea, invece, tenta di farsi spiegare "L'infinito" in previsione dell'esame del giorno dopo.
La scena si interrompe quando arriva la fidanzata di Andrea, Cristina, che all'inizio non vede (o finge di non vedere) Giacomo. Poi, però, quando Andrea si addormenta, la ragazza inizia a fare delle pesanti avances al poeta. Non tanto perché Giacomo la attiri fisicamente, ma unicamente per poter poi dire di essere stata a letto con un personaggio famoso.
Permettetemi di dire che spero che l'autore non volesse rappresentare le ragazze d'oggi attraverso il personaggio di Cristina... In tal caso, non vi nascondo che mi sentirei decisamente offesa da questa generalizzazione.

Il secondo atto è ambientato qualche tempo dopo. Andrea, che non ha superato l'esame di maturità e non sa bene che cosa fare della sua vita, incontra nuovamente Leopardi e Cristina. I due hanno una relazione, ma la ragazza non ne è contenta e alla fine esprime la volontà di lasciare tutto per inseguire il suo sogno di diventare cantante.

All'uscita dal teatro, ho sentito per caso il commento di una ragazza della mia età, riferito all'autore: "Secondo me, non ha mai parlato con un ventenne."
Devo dire che mi trovo d'accordo: l'idea dei giovani che traspare da questo spettacolo è fortemente basata su ciò che ci presentano la televisione e i social network. Io, come ventenne o poco più, non mi riconosco per nulla in questo ritratto così superficiale.
Cristina ha il sogno di partecipare ad X-Factor, Andrea vuole diventare un dj, ma io non mi rispecchio per nulla in questi desideri. Un giovane può sognare il successo, non c'è nulla di male: anch'io ho tra le mie più grandi aspirazioni quella di diventare attrice.
Ci sono delle differenze fondamentali, però: per prima cosa, io non sogno la fama in quanto tale, ma la realizzazione professionale e, in secondo luogo, sono disposta ad impegnarmi e a studiare per raggiungere il mio obiettivo e non punto a nessun talent show. Conosco molte persone della mia età che condividono queste idee e spero che tanti altri giovani riconoscano ancora il valore dell'impegno e della competenza.

Per rendere giustizia anche a chi non ha un'opinione critica come la mia, ecco un'intervista a Tiziano Scarpa e al regista Arturo Cirillo. Nel video si possono vedere anche alcune scene dello spettacolo.



Potete trovare altre opinioni su questa pièce teatrale in giro per la rete, eccone alcune:

- dramaqueen

7 commenti:

  1. Buongiorno, grazie della recensione e del tono molto civile con cui è scritta.
    Così come tu giustamente speri "che l'autore non volesse rappresentare le ragazze d'oggi", anch'io spero che tu (e la ragazza della tua età che ha fatto quel commento sui ventenni) non vada a teatro aspettandoti generalizzazioni, né che tu abbia desiderio di "rispecchiarti". Un personaggio non è una generalizzazione, un personaggio non rappresenta nessuno (a parte il fatto che sarebbe impossibile rappresentare tutti, e che nella realtà un'entità come "un ventenne" non esiste: esistono milioni di ventenni, tutti diversi). Se ci pensi, una generalizzazione sarebbe per forza annacquata, dovendo rispecchiare sia questo che quest'altro, sia una caratteristica ma anche un'altra ma anche un'altra ancora ecc. ecc. Non ci sarebbe più arte, ma solo pallidissima sociologia. Non ci si mette davanti a un dipinto di Rubens dicendo: "ma le donne non sono mica tutte così grasse!" né davanti a un Cranach dicendo "ma le donne non sono mica tutte così anoressiche!". Purtroppo la scuola ha abituato le persone a cercare nei libri, nelle pièce teatrali, nei film, solo simboli, allegorie, categorie sociali...
    Grazie ancora di aver visto lo spettacolo e di averne scritto.
    T. S.

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    1. La ringrazio per il commento. Chiarisco subito che non avevo l'intenzione di offendere l'opera né nessun altro, ma solo di esprimere il mio parere personale.
      Forse mi sono lasciata ingannare dal volantino di presentazione dello spettacolo, secondo cui l'autore intendeva rappresentare un confronto tra i giovani della nostra epoca e Leopardi da ragazzo (che ha vissuto la sua giovinezza nell'Ottocento). Da quanto avevo letto, sembrava che Andrea e Cristina dovessero rappresentare l'idea che l'autore ha delle nuove generazioni, ma a questo punto credo di aver capito male. Sono d'accordo con lei, quando dice che un personaggio non può rappresentare un'intera categoria, perché ognuno dei membri è diverso dagli altri.
      Le posso confermare che non vado a teatro con il desiderio di "rispecchiarmi" nei personaggi: posso identificarmi in alcune loro idee ed essere in disaccordo con altre, com'è naturale.

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  2. Grazie della risposta. Come scrivevo nel mio primo commento, ho trovato il tono della recensione molto civile: perciò nessuna offesa, ci mancherebbe. Sono abituatissimo a ricevere pareri di tutti i generi, anche molto, molto negativi. E' normale ed è giusto che sia così.

    Non mi risulta che le mie intenzioni d'autore fossero dichiarate in quel modo (per la verità, in genere non dichiaro le mie intenzioni; certo, esistono i programmi di sala, i "volantini" ecc., e qualcosa bisogna pur scriverci; ma, come spettatori, bisogna anche diffidarne, perché non sempre sono scritti dagli autori o dai registi, in parte sono fatti anche dalla direzione dei teatri, dagli uffici stampa, eccetera. E poi, un programma di sala è un pezzerto di carta con dieci righe sopra, mentre uno spettacolo è più di un'ora di corpi e parole e costumi e luci e scene, è mesi e mesi di scrittura, prove, lavoro sulle assi del palco a mangiare la polvere, fare interventi drammaturgici, provare e riprovare una scena... Il teatro è lo spettacolo, non un volantino. Ma la tendenza un po' scolastica italiana è quella di guardare "il messaggio". Sarebbe come se delle canzoni analizzassero solo i testi, senza tenere conto della musica, del genere musicale, dell'arrangiamento, ma solo del significato delle parole e del loro "messaggio".

    Per il resto, naturalmente ogni parere è prezioso, anche il più nettamente insoddisfatto. Diciamo che mi fa piacere quando viene argomentato. In questo caso è stato abbastanza argomentato, anche se la tua recensione, per l'appunto, si è soffermata quasi esclusivamente sul misurare la discrepanza fra presunte "intenzioni d'autore" e rappresentatività sociologica dei personaggi ventenni: insomma, una critica parzialmente "contenutistica" attenta solo alla plausibilità sociologica di questi due personaggi contemporanei, mentre a me pare che il perno dello spettacolo è che se Leopardi vedesse il mondo di oggi avrebbe la tentazione di distruggerlo portando alle estreme conseguenze le "illusioni" che lui stesso aveva teorizzato proprio a quell'età.

    Per il resto, la recensione ha dedicato meno attenzione allo spettacolo in quanto spettacolo, alla costruzione drammaturgica, alla regia. Ma va bene lo stesso, non è mica obbligatorio. Ognuno ha il diritto di parlare degli aspetti che lo hanno interessato di più, ci mancherebbe. Oltre al sacrosanto diritto di dire che una cosa non gli è piaciuta! :-)
    Grazie ancora, davvero
    T. S.

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  3. Una piccola precisazione. E' inesatto dire che "In origine la storia è nata come libro, anche se poi è stata trasposta teatralmente con la regia di Arturo Cirillo.". No so da dove tu abbia tratto questa informazione, del tutto infondata.
    "L'infinito" nasce come testo teatrale. Non c'è mai stato un racconto o una versione in prosa precedente al testo teatrale. Ho scritto un testo teatrale, e l'ho scritto io. Arturo Cirillo ha curato la messa in scena (splendidamente). Il testo teatrale è stato pubblicato su carta contemporaneamente alla messa in scena, ma non si tratta affatto di una trasposizione di un racconto. E' una pièce teatrale, un testo scritto fin da subito per la scena. Punto.
    Questo è importante, perché, nell'immaginare questo fantasma, questo personaggio del passato che piomba nel presente, non ho mai pensato di scriverci un racconto o un romanzo, ma da subito ho pensato che questa storia sprigionasse la sua forza a teatro: Leopardi è uno spettro, ma è in carne e ossa, il pubblico lo vede fisicamente, sente i suoi passi che calcano il palco, sente la sua voce, lo vede affannarsi e sudare: è un fantasma che ha preso corpo, e questa qualità è squisitamente teatrale, sia dal punto di vista scenico che dal punto di vista simbolico.
    T. S.

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    1. Mi scuso moltissimo, questo è davvero un grave errore, che ho provveduto subito a correggere nel post.
      La ringrazio davvero per i suoi commenti e soprattutto per avermi fatto notare i miei sbagli e le mie imprecisioni. Grazie a lei ho veramente capito l'importanza di documentarmi in modo puntuale ed accurato prima di scrivere, aspetto che starò attenta a non sottovalutare d'ora in poi.

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  4. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  5. Grazie a te per la disponibilità al dialogo.
    T. S.

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