19 luglio 2014

Il teatro greco # 2 - La tragedia

Ecco qui il secondo appuntamento con la storia del teatro greco. 
Il mese scorso vi ho raccontato come si svolgeva la rappresentazione, mentre ora... preparate i fazzoletti, perché parleremo della tragedia.


Su, dai, scherzavo quando ho parlato di fazzoletti! L'argomento non è sempre così triste come sembra.

Al contrario di quanto si crede comunemente, infatti, non tutte le tragedie hanno un finale triste. Certo, questo accade nella maggior parte dei casi, ma ci sono anche le dovute eccezioni.
Ad esempio, in "Alcesti" di Euripide, la protagonista sceglie di morire al posto del marito, ma poi viene salvata da Eracle, che la riporta indietro dagli Inferi.
Per dare una definizione completa, dovremmo citare Aristotele che, nella "Poetica", definisce la tragedia come un cambiamento da una condizione felice ad una di sofferenza, oppure il contrario.
In ogni caso, a prescindere dalla conclusione della vicenda, il dolore dei protagonisti della vicenda ha un ruolo fondamentale.

Come ho spiegato anche nel primo post, le tragedie durante gli agoni erano presentate in trilogie che raccontavano uno stesso mito. Chiudeva la rappresentazione un dramma satiresco, dai toni più spensierati, o in pochi casi una tragedia a lieto fine (come accade con "Alcesti").

E' importante sottolineare come la tragedia avesse sugli spettatori (ed abbia ancora oggi) un effetto di catarsi.
In greco, κἁθαρσις significa "purificazione". Il pubblico, infatti, vedendo rappresentate in scena delle problematiche e delle paure che sono anche sue, si rispecchia nel protagonista della tragedia. Proprio attraverso questa identificazione, si può purificare, perché vedere i propri problemi espressi dai personaggi costituisce una liberazione interiore.
Anche l'avvenimento più terribile, infatti, se visto rappresentato in uno spettacolo, non ci terrorizza perché sappiamo che non è reale. Questo ci permette, quindi, di esorcizzare le paura che qualcosa di simile possa accadere nella realtà. 

In questo tipo di opere, è spesso presente una forma di ironia tragica: questa si verifica quando un personaggio rivolge ad un altro delle parole che poi invece si realizzano proprio per lui stesso. Nelle tragedie, molte volte, accade che le parole abbiano un significato ambiguo, che può essere inteso in due modi diversi a seconda del punto di vista.

I principali tragediografi le cui opere sono giunte fino a noi sono tre: Eschilo, Sofocle ad Euripide.


Eschilo (vissuto circa tra il 525 a.C ed il 455 a.C.) scrisse probabilmente una novantina di opere, ma ne sono giunte fino a noi solo sette.
E' considerato il vero padre della tragedia antica, perché viene attribuita a lui la consuetudine di presentare una "trilogia legata". 
Inoltre, secondo la tradizione, avrebbe introdotto il secondo attore.
La separazione tra coro e primo attore era già stata operata precedentemente da Tespi, che in questo modo aveva creato un'opposizione funzionale tra i due ruoli e una distinzione tra individuo e collettività, facendo uscire la rappresentazione dal genere lirico. La novità di Eschilo sarebbe stata quella di introdurre due personaggi che dialogano tra di loro, invece di recitare soltanto monologhi e dialoghi con il coro.
Nelle sue opere è sempre presente la concezione del πάθει μάθος (pàthei mathos): il male che ogni uomo è destinato a subire non è frutto di un capriccio divino, ma della volontà degli dei di insegnare attraverso il dolore. Nella visione di Eschilo, infatti, le divinità non sono mai malvagie, ma costituiscono sempre l'incarnazione della giustizia. 
In molte delle sue opere, il mito serve per trattare temi sociali e di attualità nella vita della pòlis.
Ad esempio, nelle "Eumenidi", l'autore esalta la funzione del diritto. Secondo la tradizione, infatti, i delitti di sangue dovevano essere puniti da un familiare della vittima, ma in questo modo la catena della vendetta diventava infinita e portava alla distruzione di entrambe le famiglie.
Il diritto della pòlis, con quest'opera, si afferma al di sopra del ruolo della famiglia e permette di risolvere i conflitti. 


Sofocle (vissuto circa dal 496 a.C al 405 a.C.) secondo le fonti antiche ha scritto 123 opere, di cui però ci sono pervenute integre solo sette tragedie e un dramma satiresco (quasi intero).
Si dice che abbia introdotto il terzo attore. Nelle opere di Eschilo, infatti, accade molto raramente che tre personaggi siano in scena contemporaneamente e, quando accade, il terzo pronuncia solo pochissime frasi. In questo modo, risulta superata la rigida contrapposizione tra due posizioni antitetiche. 
Nelle sue tragedie, il tema del dolore è sempre fondamentale, ma in questo caso non c'è una giustificazione, come accadeva in Eschilo. Non esiste spiegazione per la sofferenza, che colpisce anche personaggi innocenti. 
Le vicende sono, in molti casi, le stesse trattate precedentemente (come nel caso di "Elettra"), ma la prospettiva è diversa. Sofocle, più che sull'importanza della famiglia e della stirpe, si concentra sull'individualità del personaggio principale. 
In molte tragedie, il rapporto del protagonista con l'istituzione della pòlis è problematico.
Questo accade, ad esempio, in "Antigone", perché la ragazza vuole seppellire il corpo del fratello morto, ma un ordine del re Creonte glielo impedisce. In questo caso, le leggi della città si oppongono alle antiche leggi della tradizione, che prescrivono la devozione verso la famiglia ed il rispetto per i defunti.
Questo contrasto tra l'individuo e la pòlis resta insoluto anche alla fine della tragedia e non si vede una possibilità di ricomposizione.


Di Euripide (nato del 485 a.C. e morto tra il 407 e il 405 a.C.) ci sono pervenute 17 tragedie e un dramma satiresco.
Le trame delle sue tragedie sono più complesse di quelle precedenti e non sono più incentrate su un solo personaggio. Il ruolo del coro viene ridotto, in favore dei dialoghi.
Sono presenti, infatti, molti discorsi contrapposti in cui due personaggi si affrontano, esponendo ognuno le proprie ragioni. In questo si possono notare le influenze della retorica sofistica
La statura eroica dei personaggi viene notevolmente ridimensionata: gli uomini e le donne vengono rappresentati come realmente sono e non some dovrebbero essere.
Gli eroi del mito, perciò, sono caratterizzati da debolezze e comportamenti irrazionali. Le passioni umane hanno un ruolo fondamentale. I protagonisti cercano di controllarle attraverso la ragione, ma spesso non ci riescono e restano travolti dall'emotività. 
Euripide rifiuta l'intellettualismo etico proposto da Socrate. I suoi personaggi, infatti, sanno quali sono le buone azioni che andrebbero compiute, ma non hanno la forza di farlo, perché sopraffatti da altre passioni. 
La visione degli dei è lontana da quella di Eschilo: i personaggi di queste tragedie, infatti, hanno una religiosità tormentata e si pongono molte domande sull'esistenza della giustizia divina.
In generale, dalle opere di Euripide emerge un atteggiamento disincantato verso qualsiasi risposta definitiva, che viene vista più come un'illusione. 

Nella commedia "Le rane" di Aristofane, tutti e tre i tragediografi sono presenti come personaggi e l'autore ne fa una parodia.
Eschilo ed Euripide si sfidano in una gara per decidere chi abbia scritto le tragedie migliori, con tanto di agone (parodia dei discorsi contrapposti presenti nelle tragedie di Euripide).
Da questo confronto, emerge la predilezione di Aristofane per Eschilo, più tradizionalista. Euripide, invece, è considerato troppo innovatore ed è dipinto come un ateo che vuole portare la società ateniese alla rovina, perché ha distrutto il modello culturale dell'eroe tragico, umanizzandolo.

Per alleggerire un po' la pesantezza del post, vi saluto con l'intestazione del mio quaderno di letteratura greca del liceo. Notate come fossi una persona seria, già allora... quasi quanto lo sono adesso:


La prima frase significa letteralmente: "Tutti i Greci erano pazzi".

La seconda vuol dire "E' greco, non si legge!" (ma tanto voi sarete tutti latinisti più allenati di me, quindi sicuramente non vi serviva la traduzione) ed era un'espressione usata dagli amanuensi quando si trovavano a ricopiare un passo in greco da un manoscritto. Nel Medioevo, infatti, si era persa la conoscenza del greco ed i monaci non erano in grado di trascriverlo.

La terza è una simpatica filastrocca usata dagli studenti per ricordare i nomi dei tragediografi greci, quindi è decisamente in tema con il post.

Ci si rivede il mese prossimo, per parlare della commedia!

- dramaqueen

11 commenti:

  1. Latinista io? Sé sé
    Magari la prima parte riuscivo a capirla, ma l'ultima no.
    Tragedia deve il suo termine al capro (tràgos) e canto (oide) ma non si capisce bene come il capro possa essere legato. Si sono fatti delle supposizioni come che il capro possa essere usato prima come sacrificio. Oppure che qualche parte dell'animale venisse utilizzato per i costumi.
    Diversi elementi poi venivano lasciati sullo sfondo, tranne alcune rare eccezioni, come il coro (guidato dal corifeo ovvero la persona che dice la frase che verrà ripetuta) e la morte.
    Inoltre c'è da sottolineare la differenza tra dramma e tragedia ma mi fermo qui perché magari stavi pensando di parlarne ;)

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    1. Sicuramente nel teatro moderno c'è una differenza tra dramma e tragedia (anche se dovrei andarmi ad informare meglio), ma qui parlo strettamente dei generi del teatro greco. L'unica forma di "dramma" che ho studiato in letteratura greca è il dramma satiresco, di cui ho parlato nel primo post della trilogia.

      Grazie per aver citato l'etimologia, in effetti forse dovrei inserirla... Perdonatemi se ho dimenticato qualcosa, ma ho scritto questo post in uno stato di esaurimento mentale non indifferente, causato dallo stress per l'università. Appena avrò il tempo e la forza farò delle modifiche per rendere il post più completo (ecco, questa in latino si chiamerebbe "captatio benevolentiae")

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    2. XDDD
      Non ti devi assolutamente scusare.
      Dopotutto noi blogger siamo assolutamente umani.
      Comunque ti capisco.
      Sai quante volte ho aggiornato diversi post?
      E' quasi una mania.
      C'è da dire che per dramma si intende non soltanto qualcosa simile alla tragedia, ma anche il testo teatrale in sé. Infatti chi scrive il testo teatrale viene detto drammaturgo e non sceneggiature. (Puoi immaginare le occhiatacce che ti vengono rivolte se parli di teatro e dici sceneggiatura. E' bene ricordarselo)

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    3. Rispolverando il mio vecchio dizionario di greco, posso dirti con certezza che "dràma" deriva dal verbo "drào" (fare) e ha due significati:
      1) azione, fatto
      2) azione teatrale, spettacolo (specialmente tragedia)
      Suppongo che il termine sia passato ad indicare in particolare la tragedia perché essa era considerata il genere "principe" del teatro greco (quello che trasmetteva i modelli culturali e tante altre belle cose che ho nominato nel post).
      Il vocabolario di italiano, invece, dà tre significati:
      1) qualsiasi componimento letterario scritto per la rappresentazione scenica
      2) vicenda dolorosa
      3) forza, tensione drammatica
      Quindi direi che non ci sono dubbi: un dramma è qualsiasi opera teatrale, sia felice che triste. E' il significato quotidiano della parola che ci inganna. Ecco, spero che questa sia una spiegazione esaustiva! :)

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  2. Eh sì, mi aspettavo questo post e che parlassi di catarsi!

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    1. Lo so, sei un precursore... Sapevi già tutto anche dei resto?

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    2. Qualcosa... non così nel dettaglio.

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    3. Sono contenta di averti detto anche qualcosa che non sapevi :) Spero che il post sia stato interessante...
      A volte anche il liceo classico serve a qualcosa! ;)

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  3. Di Euripide è la mia tragedia preferita, le Baccanti. In generale potrei dire che preferisco Sofocle, ma barando, poiché è quello che abbiamo trattato meglio. Soprattutto l'Orestea, che a scuola ci portarono a vedere, salvo, forse, le Eumenidi. Ma il mio ciclo mitologico preferito è quello tebano, per cui... "Sette a Tebe", "Antigone" e "Baccanti", così non scontentiamo nessuno! ^^

    Bel quadro, comunque. Complimenti.

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    1. Grazie per i complimenti!

      Mi sembra giusto avere un trilogia di tragedie preferite... ma ci vuole anche un dramma statiresco, allora ;)
      Io non saprei dire qual è la tragedia che preferisco... Tutte quelle che mi vengono in mente in questo momento sono molto belle... Sono affezionata all'Orestea, perché una volta ho interpretato Clitemnestra (anche se l'opera era di Sartre, ma prendeva spunto da Sofocle).
      Però anche le Baccanti sono un testo molto interessante... Mi ricordo che all'ultimo anno di liceo l'ho letto in lingua originale ed è affascinante l'uso di certi termini dal significato ambiguo, da parte di Euripide. No, non credo che saprei scegliere!

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