20 settembre 2014

Chimica e teatro (guest post di Marco Lazzara) - Parte I

Ladies and gentlemen, oggi vi presento un ospite molto speciale.
Per la prima volta, su questo blog non sarò io a scrivere, ma cederò la parola a Marco Lazzara, che mi ha fatto una bellissima sorpresa scrivendo un guest post. Essendo un blogger itinerante, non ha uno spazio virtuale fisso, ma potete trovare gli altri suoi scritti sulla sua pagina di Google+.
Laureato in Chimica nel 2009, Marco Lazzara è docente presso il Centro Studi Test Torino. 
I suoi interessi, però, non si limitano all'ambito scientifico, perché è anche scrittore (qui potete trovare il suo ebook "Incubi e meraviglie").


Oggi ha deciso di parlarci delle contaminazioni tra chimica e teatro, che sembrano due argomenti diversissimi, ma in realtà sono tutt'altro che incompatibili.
Io me ne intendo un pochino, di chimica, ma con lui siete sicuramente in mani migliori. Quindi, non indugio oltre e gli lascio subito la parola:

I chimici hanno detto la loro in ogni campo scientifico; molti si sono interessati anche di argomenti non prettamente scientifici, come la letteratura (Primo Levi), la narrativa (Isaac Asimov), la poesia (Alberto Cavaliere), ma imprimendo comunque il proprio marchio di chimici. 
Ci sono anche chimici che si occupati di teatro. In uno dei suoi precedenti articoli, dramaqueen ha parlato di “Vite a Scadenza”, opera di Elias Canetti, che era un chimico anche se non si dedicò mai alla professione, e che vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1981.

In quello stesso anno a vincere il Premio Nobel per la Chimica fu invece un altro chimico che si è poi dedicato anche alla scrittura teatrale: Roald Hoffmann. 
Nel 2005 Hoffmann ha pubblicato un libro intitolato ”Chimica allo specchio”, che tratta del concetto di isomeria ed esplora le tematiche dell'identità e di ciò che è simile ma non uguale, sia da un punto di vista chimico, che artistico e letterario. 
In questo articolo (e ringrazio dramaqueen per lo spazio che mi concede sul suo blog) voglio invece parlare di una delle sue opere teatrali, ovvero “Se si può, si deve?”.

Roald Hoffmann

Sinossi dell’opera

All’apertura del dramma, il chimico Friedrich Wertheim si è appena tolto la vita. Si incolpava per aver ideato un processo di sintesi con cui ottenere facilmente una pericolosissima neurotossina, che finita in mano a dei terroristi, è stata utilizzarla per compiere un attentato.
Le circostanze e le ragioni delle sua morte coinvolgono le vite di tre persone a lui connesse: sua figlia Katie (anche lei una scienziata, una biologa molecolare, ma con idee molto differenti sulla responsabilità sociale degli scienziati), il fidanzato di Katie, Stefan (un artista concettuale), e Julia, la seconda moglie di Wertheim. Le vite di queste persone vengono sconvolte dal suicidio dello scienziato, le cui motivazioni non sono così semplici come sembrano.
Le questioni trattate nell’opera riguardano la responsabilità sociale di artisti e scienziati; ma i tre protagonisti sono anche persone che cercano di resistere alla potenza trasformatrice della morte, anche se incapaci di farlo, spezzati dalle memorie e dall’oscuro passato che un po’ alla volta riemerge. E le conseguenze di ciò formeranno differenti legami tra loro.


Tematica del dramma

Katie riesce ad avere del materiale biologico perfettamente conservato che contiene tracce dell’esposizione a un tipo di influenza virale che in passato aveva ucciso 40 milioni di persone. La giovane scienziata è eccitata dalla scoperta, mentre Stefan è preoccupato che i suoi esperimenti possano risvegliare il virus, anche se lei lo rassicura del fatto che è ormai inattivo.

Ma il DNA virale è un’altra storia: Katie lo può esaminare e tramite le tecniche della biotecnologia può trasferirlo in un batterio e riavere le proteine virali. Stefan è perplesso al riguardo: non comprende quali motivazioni possano esserci nel lavorare con qualcosa che è stato un flagello per l’umanità. 
Lei gli risponde che uno studio di tal tipo ha invece grande importanza: per esempio per capire perché quel virus è in grado di superare le difese cellulari mentre altri non ci riescono; può dare una maggiore comprensione dell’azione dei virus e quindi gli strumenti per fronteggiare situazioni simili. È uno dei tanti tasselli di un enorme puzzle che ci permette di capire il mondo che ci circonda.

Il tema centrale dell’opera è quindi la responsabilità sociale degli scienziati. Sono essi moralmente responsabili per il cattivo uso che viene fatto delle loro scoperte? Ecco un estratto dell’opera (il testo integrale, che ho tradotto dall’inglese, è disponibile sul sito del prof. Hoffmann):

KATIE: Aspetta, aspetta. Quella non è scienza, si tratta solo di alcune persone che stanno usando nel modo sbagliato ciò che abbiamo scoperto. (Pausa.) La conoscenza è qualcosa di positivo, e così lo sono molte delle sue applicazioni: ci ha condotto alla penicillina, al vaccino contro il vaiolo. Hai mai camminato per un cimitero del XIX secolo e visto tutte le tombe di bambini ancora piccoli?
STEFAN: A ogni modo prima d’ora non ti avevo mai sentito parlare di tutte le buone cose che la scienza produce.
KATIE: Facciamo cose che sono utili, e… facciamo solo delle cose, perché devono essere fatte, per piacere personale. Vedi, se trovo un modo per ottenere un enzima sintetico che è migliore di quello naturale, perché non produrre l’enzima? Perché non vedere come agisce?
STEFAN: Perché ciò che fai è… l’hai detto tu, innaturale.
KATIE: O mio Dio, dobbiamo tornare da capo? Forse che la tua scultura è naturale?
STEFAN: Sì.
KATIE: Intendi dire che cresce sugli alberi? C’è un albero di sculture?
STEFAN: L’ho fatta io. È umana.
KATIE: Allo stesso modo, io ho realizzato quella sequenza di DNA. Mi stai forse dicendo che non sono umana?
STEFAN: Eh, alla fine non è che siamo un po’ arroganti, a pensare sempre di poter fare meglio della natura? Pensa a quello che hai detto: un enzima sintetico migliore di quello naturale.
KATIE: E allora? Che diavolo è la tua scultura? Non è una roccia, non un albero. È fatta dall’uomo, sintetica, innaturale. È migliore. È arte. La tua scultura è un “miglioramento” della natura.
STEFAN: Il tuo problema è solo che non ti preoccupi se ciò che fai può causare danni alle persone.
KATIE: Perché dovrei?
STEFAN: Se non lo fai tu, chi allora?
[...]
KATIE: Non posso predire ciò che qualche pazzoide abbia in mente di fare con la mia scienza...
STEFAN: Non hai mai provato? Anche solo a immaginarlo?
KATIE: Sicuro. (Esita.) No, non davvero. Ma perché dovrei? Forse che Einstein è responsabile per la bomba atomica? O Lise Meitner per Chernobyl?
 […]
KATIE: Come se noi scienziati fossimo responsabili per tutto quello che c’è di sbagliato nel mondo. Come se avessimo creato gli attentati suicidi e… i campi di concentramento.
JULIA: Non siete stati voi, lo so. Ma avete fornito gli esplosivi al plastico e quel gas Zyklon per i campi di sterminio.
KATIE: E l’acciaio, come nei coltelli e negli aratri. E la morfina, sia per il dolore che per l’assuefazione. Per essere usata, ma anche per essere usata male. Non possiamo venire incolpati per quello che i folli fanno con ciò che inventiamo.
JULIA: Non potete. Senti un po’: ciò che m’infastidisce di voi scienziati è che quando qualcosa è buono, vi prendete il merito. “Vi abbiamo dato i transistor! Ora potete ascoltare quel quartetto di Beethoven ovunque!” Ma quando qualcosa va storto, quando viene usato per uccidere, ve ne lavate semplicemente le mani. “Ne è stato fatto un cattivo uso.” Dite. “Non è mia responsabilità.” 

Questo è un dibattito che da sempre gli scienziati devono affrontare. La polvere da sparo veniva usata dai cinesi per realizzare i fuochi d’artificio, quindi qualcosa per divertire; giunta in Europa, venne invece utilizzata per creare le armi da fuoco, quindi qualcosa per uccidere. La polvere da sparo è quindi male?
Le cose in sé non sono né buone né cattive; buono o cattivo è l’uso che facciamo di esse.


Con la parola “chimico” spesso si sottende qualcosa di negativo, contrapponendolo a “naturale”. Nei cibi si vuole avere solo sostanze di origine naturale, mai additivi chimici (sintetici). L’opinione comune è che quello che produce la natura è naturale, quindi buono, mentre quello che viene sintetizzato dall’uomo è innaturale, è male. 

La natura però è in grado di produrre anche sostanze terribili, basti pensare alle micotossine: sono tra le sostanze più letali conosciute dall’uomo. E sono prodotte da muffe.
Il decotto preparato dalla corteccia di salice era invece un antico rimedio popolare contro le febbri, conosciuto in diversi parti del mondo. 
Nel XIX secolo i chimici capirono che dalla corteccia di salice si poteva ottenere un composto con proprietà antiinfiammatorie: l’acido salicilico, la prima versione dell’aspirina. Ma questa aveva un problematico effetto collaterale: era anche un emorragico. I chimici ci lavorarono su e ottennero l’acido acetil salicilico, la moderna aspirina.

La natura produce una sostanza utile, e l’uomo è in grado di migliorarla. Riflettiamo su questo: oggi diamo tutto per scontato, ma solo cent’anni fa, la gente quando si ammalava, moriva. 
Il raffreddore, che oggi non è niente più che un fastidio, all’epoca era pericoloso: poteva evolvere in polmonite e portare alla morte. 
Guardatela con gli occhi di una persona che viveva agli inizi del Novecento: l’aspirina era un autentico miracolo, perché curava davvero una malattia. 

E non dimentichiamoci che se disponiamo della formulazione che non causa emorragie interne, è grazie al paziente lavoro dei chimici. Questa e altre medicine, come le tecnologie di cui oggi disponiamo, sono nelle nostre mani grazie al lavoro degli scienziati, chimici, biologi, fisici, medici, ingegneri.
Ma gli scienziati non sono comunque esenti dalle responsabilità derivanti dal loro lavoro; devono sempre tenerlo a mente, e devono preoccuparsi di fare in modo che le conseguenze del cattivo uso delle loro scoperte sia conosciuto e soprattutto evitato. Chi se non loro stessi ha questa responsabilità?

Vi ringrazio per l’attenzione. Avremo ancora modo di discutere di quest’opera, delle sue tematiche e del pensiero di Hoffmann, nella seconda e ultima parte di questo guest post.


Ringrazio ancora Marco per quest'articolo, che io ho trovato molto interessante e spero lo sia stato anche per voi.
Appuntamento a mercoledì prossimo con la seconda parte del post!

- dramaqueen




Immagine di Huseung (Flickr)
Licenza Creative Commons Attribuzione

10 commenti:

  1. Che piacere vedere che Marco è approdato ufficialmente pure qui!
    Un post molto bello e decisamente attuale. L'opera sembra anche molto interessante... Attendo la seconda parte con impazienza. :)
    E ho troppi amici chimici per esserne contraria. xD Sono (e siete) necessari per forza, è inutile mentire. E sono anch'io fermamente convinta che la colpa non è di chi crea, ma di chi usa. Però l'uomo ha sempre bisogno di lamentarsi di qualcosa, si sa.

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    1. Ero sicura che avreste apprezzato la presenza di Marco :)

      L'ultima frase che hai scritto, in particolare, è una grande verità. La gente si lamenta di una situazione e, quando cambia, inizia a dire che si stava meglio prima!

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    2. Grazie! Secondo me non è questione di trovare sempre qualcosa di cui lamentarsi, quanto piuttosto di trovare un capro espiatorio quando succede qualcosa di male. E' molto facile dire "la chimica inquina", un po' meno rinunciare alle medicine, alle tecnologie e a tutto quello che è stato frutto del lavoro di generazioni di chimici.
      Come è anche facile dire "ma noi di quelle robe lì che studiate che ce ne facciamo"? Forse sentir parlare di spin nucleari può sembrare un discorso solo da teorici, ma è il principio alla base della diagnostica medica a immagini.

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    3. Sì infatti, e non solo medica ma anche psicologica (siamo amici di magnetismi e radiazioni).
      Ogni cosa ha il suo bene e il suo male... Bisognerebbe mettersi l'anima in pace e scegliere il "male minore", se ci può portare a un bene più grande. Poi ovvio, se non ne venisse nessun male sarebbe una cosa fantastica... Ma non è così che gira la realtà, di solito!

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    4. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    5. Intendevo dire, che come sostiene Katie nel dramma, tutta la conoscenza è utile, perchè sono tasselli per capire l'enorme puzzle che è il mondo che ci circonda. A volte qualcosa non ha utilità pratica subito, ma in futuro nessuno può dirlo.
      Purtroppo ho visto in questo senso scene poco edificanti, anche da parte di chi di dice a favore della cultura e tuona ipocritamente contro l'ignoranza dei soliti.

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  2. Da qualunque parte mi giro trovo Marco Lazzara. Incredibile. Interessante questo dibattito sul concetto di chimico generatore di male. Purtroppo. Come tu stessi dici, il termine chimica è ormai troppo connesso al concetto di alterato e quindi dannoso, senza riflettere che l’umanità non sarebbe oggi quella che è senza il contribuito dei pionieri della chimica. Il problema è apponto l’uso che se ne fa e, a volte, che non se ne fa. Non ci sarebbe da stupirsi se la chimica avesse già individuato le più grandi soluzioni dei mali moderni ma la corruzione dell’animo umano e gli interessi economici le nascondono alla nostra vista.

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    1. Come vedi, ho il dono dell'ubiquità 2.0. :D
      La chimica non può trovare da sola le soluzioni dei grandi mali che ci affliggono perchè ha bisogno della collaborazione di tutte le altre scienze, e anche delle discipline umanistiche. Solo con l'unione tutti i saperi umani, guidati dall'etica e dalla morale, avremo la chiave per risolvere i nostri limiti come specie.

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    2. Benvenuto Obsidian M :)
      Io sono una fan di Marco e anche una gran rompiscatole, quindi era inevitabile che prima o poi lo convincessi a passare di qui.

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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