18 febbraio 2015

Esercizio: In quanti modi diversi riesci a leggerlo?

Ho già parlato di un altro esercizio sull'uso della voce, ma oggi voglio riproporre l'argomento. Questa volta, invece di pensare solo al tono, al volume e al timbro, mi concentro anche sull'intenzione da dare al testo.


Un chiarimento sul concetto di "intenzione" (mi sono accorta che ne parlo sempre, ma effettivamente non è del tutto ovvio che voi sappiate che cos'è): ogni insegnante di teatro che incontrerete vi ripeterà che ogni azione e ogni parola in scena devono un ben preciso scopo
Ci deve essere un'emozione oppure anche solo una motivazione pratica che spinge il personaggio a dire o fare una certa cosa.
Ad esempio, non esce di scena perché "così c'è scritto sul copione": esce di scena perché ha appena litigato con uno dei presenti e vuole andarsene, oppure perché si è fatto tardi e deve correre a prendere il treno.
L'attore deve avere bene in mente questo scopo, mentre agisce in scena.

Ecco, questa motivazione che muove il personaggio è chiamata "intenzione". Non deve esistere in scena un'azione o una parola detta senza intenzione, altrimenti risulterà falsa e priva di significato.

Come ci si allena ad attribuire diverse intenzioni alle battute?
Si prova a leggere un testo in tanti modi diversi, con tutte le intenzioni possibili che ci possono venire in mente. Serio, triste, divertito, annoiato, arrabbiato, impaurito... Qualsiasi stato d'animo vi venga in mente può andare bene.

Aprite a caso un libro ed iniziate a leggere:

"Mi sono abituata a vivere per molti anni fuori di me, pensando a cose che erano remote, e ora che queste cose ormai non esistono, mi aggiro per uno spazio gelido, cercando un'uscita che non troverò mai. Io sapevo tutto. Sapevo che s'era sposato. Un'anima pietosa s'incaricò di dirmelo, e ho continuato a ricevere le sue lettere con un'illusione piena di singhiozzi che stupiva me stessa."
(Federico Garcìa Lorca, "Donna Rosita nubile", traduzione di Vittorio Bodini)

A parlare è donna Rosita, la protagonista dell'opera. Da giovane aveva ricevuto una proposta di matrimonio da parte di un cugino in partenza per l'America, ma il matrimonio per procura tarda ad arrivare e solo dieci anni dopo tutti scoprono che l'uomo l'aveva ingannata ed era già sposato con un'altra donna. Rosita ammette amaramente di essere già a conoscenza della verità, ma di aver continuato a credere all'illusione per paura delle conseguenze.

Bene, ora riproviamo. Non ci interessa più il significato letterale del testo, ma ora pensiamo alle varie interpretazioni che si possono dare delle stesse parole. Cambiando prospettiva, possiamo leggere di nuovo lo stesso testo con un atteggiamento diverso, anzi più di uno. Ecco alcuni esempi:


  • DIVERTIMENTO: l'aver creduto alla propria stessa illusione per anni, all'improvviso le sembra un atteggiamento assolutamente ridicolo. Donna Rosita trova comica la propria stupidità e racconta la vicenda ridendo.
  • RABBIA: ora, invece, la storia le sembra tutt'altro che divertente. La donna dà sfogo a tutta la sua rabbia verso il cugino e anche verso se stessa, rimproverandosi di essere stata così stupida da non dire niente per anni.
  • PAURA: donna Rosita vede l'illusione sgretolarsi di fronte ai suoi occhi. Non ha più nessuna scusa dietro cui nascondersi ed il pensiero di affrontare il futuro le incute un indescrivibile timore.
  • CHOC: Rosita è scioccata dalla rivelazione a cui non aveva voluto credere per tanti anni e ancora non riesce ad afferrare appieno il significato della notizia. Fissando il vuoto davanti a sé con gli occhi sbarrati, si limita a pronunciare frasi sconnesse.

Abbiamo attribuito intenzioni diverse ad un testo serio, ma che cosa accade quando ne troviamo uno davvero tragico? Vediamo che cosa si riesce a fare con questo:

"Madre, sono belle le tue parole. Ma ora ascolta il mio ragionamento: voglio riempirti il cuore di dolcezza. Io affermo che non nascere è come morire: e allora meglio essere morti che vivere nel dolore: niente soffre chi del male non ha la percezione, ma chi dalla felicità piomba nella disgrazia soffre nel cuore al pensiero del bene perduto. E Polìssena è morta: è come se mai avesse visto il giorno. Nulla sa, nulla soffre nel buio remoto delle cose. Ma io..., io ho provato la felicità e l’onore, grandi; ed ora... tutto ho perduto."
(Euripide, "Le Troiane")

Ci tragedie che iniziano in modo felice e poi fanno spazio al dolore, ma non è questo il caso delle "Troiane" di Euripide: una serie di disgrazie dall'inizio alla fine. La guerra è stata persa, la città di Troia distrutta, i figli e i mariti uccisi, le donne possono solo piangere e aspettare di essere portare via per diventare schiave dei Greci.
Andromaca ed Ecuba sono tra le poche sopravvissute e anche loro, un tempo parte della famiglia reale, saranno presto ridotte in schiavitù. Andromaca esprime il dolore per la propria sorte con queste parole, colme di disperazione.

Ma la prospettiva potrebbe essere modificata ed il testo potrebbe essere letto con tutta una serie di diverse emozioni, anche molto lontane dalla sofferenza originale della tragedia:


  • INCERTEZZA: Andromaca non ha la più pallida idea di come consolare la suocera, ma prova ad inventarsi qualche frase. Il problema è che non è per niente convinta di quello che sta dicendo e, ad ogni frase che pronuncia, sente che sta peggiorando sempre di più la situazione, invece di migliorarla.
  • RISATA: la sequela di tragedie che ha colpito la famiglia ha fatto impazzire la donna: ora il ricordo di tutte quelle disgrazie le causa risate isteriche ed incontrollabili.
  • STUPORE: Andromaca ha appena avuto l'epifania di un dio che le spiega come affrontare il suo tragico destino. Ancora stupita, spiega ad Ecuba la sconvolgente rivelazione.
  • NOIA: la suocera ha appena terminato il pippone sui parenti morti e la città distrutta... "Che palle, vecchia, fattene una ragione! Ora dico anch'io quattro frasi filosofiche tanto per rispondere qualcosa e chissà che dopo mi dia ragione e se ne stia buona e zitta."

Chiedo scusa ad Euripide per aver stravolto lo spirito della sua tragedia, ma è nell'interesse del teatro e il suo sacrificio servirà a preparare degli attori migliori.
Bene, ora che ci siamo esercitati con la tragedia, però, proviamo a fare anche l'esatto contrario. Prendiamo un testo comico, anzi proprio surreale:

"Io francamente tutto questo suo entusiasmo non lo capisco. Se debbo esser sincera, una vera e propria passione per il mal di denti non l'ho. Sì, mi piace, ma relativamente. Non ci fo una malattia. Ho frequentato parecchi gabinetti dentistici, ma più per necessità che per diletto. Le dirò anche che io di solito ai dentisti mostro i denti. Ah, non sono affatto tenera con essi! Non mi lascio intimidire. E nemmeno sono uno di quei tipi soggetti ai facili entusiasmi, pronti all'ammirazione, che davanti a un dentista stanno, come suol dirsi, a bocca aperta. Tutt'altro. Ce ne vuole, perché apra la bocca in quei casi."
(Achille Campanile, "Erano un po' nervosi")

Queste sono le parole di Cesarina, una delle protagoniste di "Erano un po' nervosi". Il breve atto unico di Achille Campanile è ambientato un uno studio dentistico e ironizza sul carattere dei personaggi che si possono incontrare in una simile situazione, naturalmente sempre seguendo il gusto per l'assurdo che ricorre in tutte le opere dell'autore.
Cesarina sta parlando a Giulia, un'appassionata delle carie che non aspetta altro che recarsi dal dentista, e le espone il suo diverso punto di vista, con ironia e un po' di spacconeria.

E se questa scena divertente diventasse improvvisamente seria? Vediamo come si potrebbero inserire al testo delle intenzioni diverse:


  • TRISTEZZA: la donna è delusa dall'atteggiamento di Giulia e, in generale, dai giovani d'oggi che non fanno che idolatrare i dentisti. Constatare questa decadenza dei costumi la getta nello sconforto.
  • INDIGNAZIONE: invece di abbattersi, Cesarina si indigna per la mancanza di spina dorsale dei giovani ed inizia una filippica sul giusto comportamento da tenere con i dentisti, ergendosi ad esempio.
  • PAURA: in realtà Cesarina sta solo facendo una sceneggiata, per darsi un tono, ed è terrorizzata dal dentista. Cerca di non darlo a vedere, ma la sua paura traspare lo stesso in modo evidente.
  • SONNO: la povera donna stava cercando di dormire nella sala d'aspetto, perché la notte precedente non era riuscita a chiudere occhio, invece l'altra signora l'ha interrotta. Ancora confusa dal sonno, tra uno sbadiglio e l'altro, farfuglia qualcosa per farla smettere e poi tornare al suo pisolino.

Queste sono solo alcune idee: poi, potete dare sfogo alla vostra fantasia, perché ogni testo può essere letto con un'infinità di emozioni diverse. Più sono lontane dal significato originale e più la sfida è grande per l'attore.
L'esercizio serve a sviluppare l'espressività, la flessibilità mentale e la capacità di cambiare intenzioni diverse. Chi mantiene sempre lo stesso tono risulta incredibilmente noioso agli spettatori, ecco perché bisogna essere capaci di cambiare e di assumere una grande quantità di sfumature.

- dramaqueen



Immagine: Andy Warhol, "Multivoice"

18 commenti:

  1. Questo tuo post mi piace tantissimo.
    Poi cambiando anche l'intenzione, si può dare anche un'impronta al carattere del personaggio

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    1. Lieta che ti sia piaciuto!
      Hai ragione, attraverso le intenzioni si possono dare ai personaggi sfaccettature diverse ed è così che la donna Rosita intesa da un certo regista sarà diversa da quella messa in scena da un altro. Questo lavoro, però, viene un passo prima della caratterizzazione del personaggio.

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  2. Molto bello questo post. Oltretutto la sua applicazione costituisce un ottimo esercizio di interpretazione.

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    1. Sarebbe un esercizio da fare tutti i giorni (poi ovviamente io dico sempre di essere troppo stanca, ma faccio malissimo...)

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  3. Mi affaccio qui per la prima volta, blog davvero interessante per gli appassionati di teatro.
    Io ammetto di non essere del tipo "altamente appassionato", preferisco la narrativa come genere letterario, però non sono neppure allergico al teatro, ogni tanto lo vedo sui Rai 5 quando propongono opere che mi possono interessare (negli ultimi tempi principalmente testi di Pirandello, che è il mio scrittore "classico" preferito ma che conosco ancora poco a livello di drammaturgia e volevo colmare questo gap.) Ovviamente sono anche andato a teatro nel vero senso del termine, soprattutto quando ero più giovane, una volta anche in senso attivo come comparsa (si trattava di un testo teatrale scritto da un amico di mio padre messo in scena in una sala cinematografica della mia città adattata a palcoscenico).
    Riguardo il post sul quale sto commentando, è indubbio che per un attore teatrale la voce è tutto, molto di più di quanto non avvenga per un attore cinematografico. La capacità di modificare il tono in maniera da trasmettere emozioni e stati d'animo diversi è ciò che distingue da sempre un attore teatrale. Mia figlia, che ancora è una bambina, ha sempre partecipato a un gruppo di recitazione scolastico e vedo proprio che le piace recitare, e ti posso dire che quando parla normalmente non si capisce un'acca perchè si mangia letteralmente le parole; ma quando deve recitare la sua parte nella recita scolastica scandisce le parole benissimo intonandole in modo perfetto. Lei ha sicuramente capito quanto conta la voce nella recitazione.

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    1. Benvenuto! Non preoccuparti, puoi affacciarti qui quando vuoi o anche non tornare più, se non ne hai voglia... Non hai sottoscritto nessuno contratto vincolante e io non tenterò di venderti materassi o batterie di pentole per corrispondenza, promesso ;)
      Scherzi a parte, capisco che il teatro possa appassionare di più o di meno, a seconda dei gusti personali. Sono contenta, però, di scoprire che tanti si sono avvicinati di persona al mondo del teatro, anche solo per poco tempo magari, ma almeno hanno provato l'esperienza.
      Fai i complimenti a tua figlia: ho insegnato poche volte ai bambini e una delle cose più difficili è far pronunciare loro le frasi in modo chiaro e comprensibile. Pretendere che diano un'intonazione convincente alla battuta, poi, in alcuni casi è peggio che chiedere la luna!

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  4. Io una volta ho preso un biglietto lasciato a me e alle mie ex coinquiline dalla nostra vicina di casa e l'ho letto con tutte le intonazioni possibili per rallegrare una serata monotona. Potrebbe venirne fuori un video interessante con questo esercizio... che ne pensi?

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    1. Potrebbe essere una bella idea davvero! Accidenti, ho troppe idee interessanti e troppo poco tempo... però più avanti ci potrei pensare seriamente, grazie :)
      Comunque credo che la tua idea sia stata geniale e che le coinquiline siano morte del ridere!

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  5. Questo esercizio non è lontano dal brainstorming dello scrittore, anche se lo scopo lì è un po' diverso: immagini tutte le opzioni possibili non per esercitarti, ma per scegliere quella più adatta alla storia. Serve comunque empatia e capacità di immedesimazione. :)

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    1. Non si se ho capito: nel brainstorming dello scrittore si immaginano tutti i modi possibili in cui si potrebbe evolvere una certa situazione? Comunque la scrittura è sicuramente un esercizio di immedesimazione, su questo siamo d'accordo.

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    2. Proprio così, ti poni la domanda (es. : dove litigano i personaggi?) e poi tiri fuori tutte le possibilità che ti vengono in mente. Poi scegli.

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    3. Grazie della spiegazione! Sembra un metodo molto utile, in effetti.

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  6. Bellissimo il post! :D Figata!
    Mi ha pure molto divertito. Ed è quello che succede quando si comunica per iscritto a qualcun altro... :D Troppe interpretazioni e poco che le incanala. ;) Ottimo esercizio, da provare sul serio.

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    1. Quando si comunica per iscritto, le emoticons dovrebbero aiutare... In teoria...
      Comunque sta attenta, che te lo faccio provare sul serio! ;)

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    2. Perché no?! La mia proposta (ricordi la famosa mail?) rimane viva :D

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    3. Prima dobbiamo riuscire ad incontrarci... Ma la mia reclusione causa esami è finita, quindi ci sono già molte più speranze!

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  7. Ciao Elisa,ti faccio i complimenti per questo bellissimo blog: che io sappia l'unica vera fonte del web per aspiranti attori(e non solo).Ma permettimi di negare il fatto che:"Ci deve essere un'emozione oppure anche solo una motivazione pratica che spinge il personaggio a dire o fare una certa cosa".Sai che la ripetizione è una costante per ogni attore.E le emozioni non si possono ripetere.Invece come ha detto il mio collega Grotowski l'attitudine e le movenze del corpo possono essere ripetute.Inoltre,come suggerisco io nel mio libro "Il paradosso sull'attore": è necessario accantonare la partecipazione emotiva per una recitazione,efficente anche per 30 sere di fila.Quest'ultima non è stata una pubblicità del mio libro,tanto,come spero tu sappia,sono morto da più di duecento anni.

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    1. Caro signor Diderot, Le do il benvenuto e La ringrazio per i complimenti riguardo al mio blog!
      La frase che Lei cita riporta una teoria descritta da Stanislavskij nell'opera "Il lavoro dell'attore su se stesso" (che forse Lei non conosce, e comprensibilmente direi, dato che è stata pubblicata più di un secolo dopo la Sua morte). Io mi trovo d'accordo con questa teoria, anche se forse l'ho spiegata male, condensandola in due righe.
      Stanislavskij intendeva dire che, nella mente dell'attore, deve sempre essere chiara la motivazione di un'azione scenica. In altra parole, se vado a sedermi sulla sedia perché il regista mi ha detto di fare così, la mia azione sarà vuota, se invece vado a sedermi perché sto aspettando qualcuno, il mio gesto assumerà un significato. Non mi sembra che questo contraddica in modo così evidente le Sue teorie, dato che la motivazione del gesto è ricreata attraverso la ragione, quindi è ripetibile ad ogni spettacolo.

      Per una spiegazione più dettagliata, puoi consultare questo post: http://it-drama-queen.blogspot.it/2015/01/se-magico-stanislavskij-lavoro-attore-se-stesso.html

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