18 marzo 2015

La scenografia verbale: quando le parole e l'immaginazione creano un altro mondo

In uno dei miei vecchi post, avevo lasciato che fosse Eduardo De Filippo a parlarvi del rapporto tra scenografia e immaginazione, con un brano tratto da "L'arte della commedia".
Ora, vorrei ritornare sull'argomento e parlare più in dettaglio del ruolo dello spettatore nella rappresentazione teatrale e, soprattutto, del contributo che la sua immaginazione dà alla scena.


Sappiamo tutti che il teatro non è il cinema: le riprese cinematografiche sono effettuate in ambienti esterni o su set che ricostruiscono fedelmente gli scenari reali; invece, in teatro niente di tutto ciò è possibile.
Si possono portare sul palcoscenico dei mobili per ricostruire un salotto, oppure dipingere il fondale in modo che sembri un paesaggio di montagna, ma il pubblico comunque saprà che né il salotto né la montagna sono veri. 
Si tratta solo di un pavimento di assi di legno delimitando da tendaggi.
Un attimo, ho detto "solo"?
Ma se il palcoscenico è il luogo in cui tutto può accadere e nulla può mettere limite alla fantasia!
Appunto: la parola magica è "fantasia". Dato che nessuna scenografia, nemmeno la più realistica, potrà mai far credere allo spettatore che la scena si trova davvero nel luogo descritto, occorre stilare un patto, una convenzione. Il pubblico sa che l'azione è e rimane sul palcoscenico, non potrebbe essere altrimenti, ma per convenzione accetta di immaginare che la scena si svolga in un altro luogo.
Il teatro, insomma, già nei suoi presupposti chiede a chi assiste di mettere in moto la sua fantasia e di fare uno sforzo di immedesimazione nella situazione narrata.

Il grado di immaginazione richiesto, però, varia a seconda dell'epoca storica, dei mezzi a disposizione e della decisione del regista.

Nel corso della storia, ci sono stati periodi come il Rinascimento, in cui le scenografie erano elaborate e si avvalevano di macchine di scena per la creazione di effetti speciali, e altri come quello del teatro elisabettiano, in cui il palcoscenico era spesso spoglio ed il mezzo più potente usato per creare l'ambientazione era la parola.
Si dice scenografia verbale una scenografia creata non, come avviene di solito, con oggetti e mezzi materiali, ma solo tramite le parole degli attori
Su una scena neutra, l'attore crea nella fantasia del pubblico l'ambiente in cui si svolge l'azione, fornendo i dettagli come posizione geografica del luogo, momento della giornata, condizioni meteorologiche e così via. Alla sua uscita, lo scenario creato scompare e lo spazio è disponibile per lo svolgimento di un'altra scena.

Questo metodo era molto usato all'epoca di Shakespeare. In questo modo, si potevano rappresentare in una sola opera una moltitudine di scenari anche esotici, senza eccessivo dispendio di mezzi.
Usando le due porte tipiche del teatro elisabettiano, ad esempio, si poteva immaginare che la direzione da cui provenivano i personaggi definisse l'ambientazione della scena: se da una porta entrava il re di Francia con il suo esercito, la scena era situata in Francia; se poi dall'altra entrava il re d'Inghilterra con il suo seguito, la narrazione si spostava in Inghilterra; se invece entravano entrambi dai lati opposti, i loro eserciti si stavano scontrando in battaglia.
Questo spiega anche la mancanza di didascalie accurate nelle opere di Shakespeare: l'ambientazione era infatti definita direttamente dalle battute degli attori.

Il pubblico era invitato ad accettare queste convenzione, a volte anche in modo esplicito, con una sorta di captatio benevolentiae da parte dell'autore e degli attori all'inizio della rappresentazione:

"Perdonate, cortesi spettatori,
le nostre disadorne e anguste menti
se abbiamo osato presentarvi qui,
su questo nostro indegno palcoscenico,
sì grandioso argomento.
Come potrebbe mai questa platea
contenere nel suo ristretto spazio,
le sterminate campagne di Francia?
Come stipare in questa “O” di legno
pur solo gli elmi che tanto terrore
sparsero per il cielo di Azincourt?
E perciò, vi ripeto, perdonateci;
ma se può un numero, in breve spazio,
con uno sgorbio attestare un milione,
che sia concesso a noi, semplici zeri
d’un sì grande totale, stimolare
col nostro recitar le vostre menti.
Immaginate dunque che racchiusi
nella cinta di queste nostre mura
si trovino due regni assai potenti,
e che le loro contrapposte fronti
alte erigentesi su opposte sponde
separi un braccio di rischioso mare.
Sopperite alle nostre deficienze
con le risorse della vostra mente:
moltiplicate per mille ogni uomo,
e con l’aiuto della fantasia
createvi un poderoso esercito."

William Shakespeare, "Enrico V", Prologo
(traduzione di Goffredo Raponi)


D'altra parte, il pubblico non ne avrebbe avuto bisogno, perché andando a teatro già sapeva che cosa vi avrebbe trovato.
Il palcoscenico è da sempre un luogo magico, dove l'ambiente è una piattaforma di legno, ma allo stesso tempo non lo è, dove gli oggetti sono quello che sono, ma nelle mani dell'attore possono anche diventare qualcos'altro.

- dramaqueen




Immagine: Vasilij Kandinskij, "Primo acquerello astratto"

18 commenti:

  1. É vero, il palcoscenico può essere uno spazio vuoto in cui la sola recitazione degli attori fa immaginare scenari, oppure un autentico fondale ben attrezzato. Ti consiglio di informarti bene sul teatro tradizionale giapponese chiamato kabuki: è incredibile quel che riescono a creare con le scenografie, sono coloratissime, accuratissime, e spettacolari con ribaltamenti di palazzi, rotazione di stanze, navi in movimento, persino personaggi volanti (sospesi a un cavo ben visibile, ovvio, ma è noto che lo spettatore deve lasciarsi trasportare dall'opera e sospendere la propria analisi razionale di ciò che osserva che gli occhi facendosi invece guidare solo dalla suggestione).

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    1. Io farei un sacco di ricerche sui vari tipi di teatro che si trovano e si trovavano in giro per il mondo, il mio problema è solo il tempo... ma, piano piano, spero di riuscire a colmare le mie lacune e a scrivere anche qualche post per voi.
      Grazie del suggerimento!

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  2. Mi viene da pensare a un romanzo weird, "La città e la città" di Mieville, che non ho letto ma me ne hanno parlato ieri sera. Lì due città un tempo in guerra hanno eretto un muro per evitare futuri conflitti... con la sola complicazione che il muro è mentale e gli abitanti coesistono negli stessi spazi! Per passare da una città all'altra bisogna transitare attraverso una porta e si passa da una "convenzione" a un'altra. Chissà che non ci sia qualcosa di elisabettiano in questo!

    Esempio letterario a parte, ammiro molto l'arte del dipingere una scenografia a parole. Non avendo le basi, riesco solo a intuirla e contribuisce a formare quella che chiami la "magia" del palcoscenico.

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    1. Non conoscevo questo romanzo. L'idea è interessante e allo stesso tempo molto inquietante! In effetti richiama molto le convenzioni teatrali: se ci pensi, tra gli attori e il pubblico esiste anche la quarta parete, che non è un muro fisico ma una convenzione scenica.
      Se qualche volta sei stato a teatro, dovresti avere esperienza almeno di come questa "scenografia dipinta a parole" influisce sullo spettatore. Riguardo all'autore e a come riesce a crearla... ne so meno di te, temo.

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  3. In questo il teatro shakespeariano e quello Greco antico si assomigliano molto: al di là delle macchine sceniche, lo spazio era altamente convenzionale (la facciata del palazzo e due accessi laterali, uno che proviene dall'abitato, l'altro dalla campagna) e povero di oggetti. Anche lì le didascalie verbali erano molto importanti. Per un esame di filologia greca ho dovuto scrivere una tesina su un commento antico che cercava di far luce sullo spazio in cui si muovevano i personaggi dell'Edipo a Colono di Sofocle, rintracciando i veri luoghi dell'Attica: operazione quasi impossibile per noi che li vediamo oggi, ma certamente immediata per chi a teatro ascoltava quelle descrizioni! Il teatro, in fondo, prevede un forte patto di alleanza fra autore, attori, regista e pubblico...

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    1. E' vero, anche i Greci erano poveri di didascalie ma ricchi di descrizioni nei dialoghi.
      Il commento sui luoghi dell'Edipo a Colono sembra molto interessante, anche se, come dici, ora noi non saremmo in grado di riconoscere le località citate. Non pensavo che si potesse fare uno studio così approfondito su una tragedia... ma io, in fondo, ho seguito gli studi classici solo al liceo e ignoro ancora tantissime cose.

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    2. Su quello studio ho perso la testa per sentirmi dire alla fine che neanche i più eminenti filologi ha saputo dare risultati definiti: la magia del teatro è in questo suo completarsi nella realtà e e trasformazioni del suo significato e dei suoi linguaggi nel tempo! Poi va anche detto che noi filologi siamo un po'pazzi a volerci impantanare in certe questioni...! ;)

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    3. L'amore per una disciplina alle volte porta ad impantanarsi da soli, ma non succede solo con la filologia ;)

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  4. Oltre venti anni fa assistetti nella mia città a un bellissimo spettacolo teatrale: "Dracula". Non ricordo il nome della compagnia perché è passato troppo tempo, ma ricordo che nella parte di Mina Harker c'era una attrice romena con una voce incredibile.
    Ma la cosa veramente saliente era che mentre tutti gli altri personaggi erano attori in carne e ossa, Dracula era impersonato da una frase musicale. Con un effetto incredibile, perché nel momento in cui si levava la musica sapevi che entrava in scena Dracula e avevi l'impressione di vederlo muoversi sul palco e interagire con gli attori, tanto era convincente il tutto.

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    1. Non avevo mai sentito parlare di questo espediente, ma mi sembra assolutamente geniale. Mi sarebbe piaciuto vedere di persona che effetto faceva agli spettatori!

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    2. Con una ricerca in internet ho ritrovato i dati dello spettacolo:

      Dracula
      testo e regia di Barbara Nativi.
      scene e costumi Dimitri Milopulos
      progetto luci Valerio pazzi
      musiche originali Marco Baraldi
      con Monica Demuru, Sandra Garuglieri, Silvia Guidi,
      Riccardo Naldini, Silvano Panichi, Gianluigi Tosto
      aiuto regia Michele Panella

      Prima rappresentazione:
      Teatro Politeama – Asti 30 giugno 1995
      Produzione Laboratorio Nove – Asti Teatro

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    3. Grazie alle tue indicazioni sono riuscita a trovare un trailer dello spettacolo e confermo che mi sembra molto interessante!

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    1. Ma grazie! In questo periodo ho poco tempo da dedicare alla promozione sui social e sono contentissima se da voi partono delle condivisioni spontanee :)

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  6. Sono affascinata da questo post. Cioè, sembra una cosa stupida, e palese, ma sentirtelo raccontare (e leggere quell'estratto) mi ha fatto partire con un viaggio nella mia testa. ^_^ Chi lo sa, probabilmente perché sono le cose semplici e vere quelle che colpiscono di più. :)
    Di questo passo potresti parlare anche del bidone dei rifiuti dietro casa e riusciresti comunque a fare un bellissimo post di tutto rispetto (e interesse)!

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    1. Grazie, ma prima di tutto bisogna dire che Shakespeare scriveva un pochino meglio di me... e poi, probabilmente è perché parlo di cose che affascinano me per prima. Sono contenta di averti dato quest'emozione!
      Chissà, potrei parlare anche dell'epico viaggio che mio fratello compie ogni sabato mattina per andare a buttare la carta e la plastica nei cassonetti... ma temo che non sarebbe argomento per questo blog! xD

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    2. Potresti sempre farne una piccola commedia, e allora avresti due piccioni con una fava! :D

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    3. Ahah :) Non credo che avrò mai il tempo di scrivere una commedia: se vuoi ti cedo i "diritti" di quest''idea!

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