17 aprile 2015

Non restare intrappolato nel personaggio!

Uno degli argomenti che ho affrontato più spesso in questo blog è l'immedesimazione, ovvero come identificarsi in un personaggio diverso da se stessi. Si potrebbe dire che questo è il fondamento della recitazione ed importante parlarne perché può risultare molto difficile, soprattutto per gli attori alle prime esperienze.


E' altrettanto importante, però, parlare del processo contrario: il distacco. Altrimenti rischiamo di restare intrappolati dentro quello stesso personaggio che abbiamo ricreato con impegno e fatica.


Dopo aver interpretato un determinato ruolo, capita spesso di cambiare il proprio punto di vista in merito a qualche argomento. 
Credo sia normale, dato che con l'immedesimazione abbiamo imparato a vedere i fatti da un'altra prospettiva e non più solo dalla nostra, sviluppando una certa empatia con il nostro personaggio.

Ad esempio, dopo aver interpretato Ecuba, io mi trovo molto più incline a parteggiare per i vinti che per i vincitori, quando si parla della guerra di Troia.
E dopo essere stata una ragazza lesbica in "Piazzetta dei Leoni" sono diventata una mezza attivista per i diritti LGBT, mentre prima lo consideravo semplicemente un mondo troppo distante dal mio.

Ma questo non è di certo "rimanere intrappolati": è più o meno la stessa cosa che succede quando discutiamo con un amico e lui ci convince a guardare un problema da un punto di vista differente.
In questo caso, il ruolo che abbiamo interpretato ci ha permesso di esplorare una zona diversa della realtà e di ampliare il nostro orizzonte. Come quando si conosce qualcuno di nuovo e le sue parole cambiano qualcosa nel nostro modo di vedere il mondo, così è stato anche con il nostro personaggio. Come ogni persona che incontriamo, ha lasciato una sorta di impronta dentro di noi.

Ma tutto questo è una ricchezza ed è ciò che rende tanto meraviglioso il mestiere dell'attore.
Il vero pericolo arriva solo quando ci immergiamo a tal punto nei pensieri del personaggio da non essere più in grado di distinguerli dai nostri.
Ne avevo in parte già parlato a proposito del film "Il cigno nero". In quel caso, la protagonista era una ballerina e non un'attrice, ma questo non fa troppa differenza. Anche nel balletto, infatti, i passi di danza devono essere interpretati e non solo eseguiti meccanicamente.
Nel film, Nina vuole ottenere la parte sia del cigno bianco che del cigno nero nel Lago dei cigni, ma, mentre l'innocenza del primo le viene naturale, non riesce ad incarnare la spregiudicatezza e sensualità del secondo. Questo la porta a cercare dentro di sé un "lato oscuro" distante dalla brava ragazza di sempre. Ma quest'oscurità, una volta trovata, non potrà più essere arginata e diventerà ben presto un'ossessione.

Deve essere una sensazione davvero spiacevole sentire che anche dopo le prove, quando si esce dal teatro, i nostri pensieri non sono del tutto i nostri, ma c'è un'idea fissa che rimane nella testa anche se cerchiamo di cacciarla. Come un fantasma che ci segue ovunque e, quando finalmente lo crediamo sparito, ricompare nella nostra mente.
Oppure che le nostre azioni non sono spontanee, ma sono quelle di qualcun altro, che noi ci siamo abituati ad imitare tanto che non riusciamo più ad uscire dall'abitudine.

A me non è mai successo di rimanere "intrappolata" in un personaggio in questo modo, ma tante volte mi sono resa conto che stavo passando troppo tempo a riflettere su come trasportare il punto di vista del personaggio nel mio modo di pensare. 
Se portato oltre un certo limite, il lavoro di personaggio diventa qualcosa di insano. Come chi si allena in palestra non si può allenare tutti i giorni di continuo, ma ha bisogno delle giuste pause per permettere all'organismo di recuperare le energie, anche la mente dall'attore deve concedersi del riposo. Lavorare troppo intensamente porta più danni che benefici.

Non sono certo un'autorità in materia, ma il primo consiglio che darei a chi non vuole rischiare di rimanere intrappolato nel personaggio è, appunto, di non lavorare sull'immedesimazione troppo intensamente e per troppo tempo.
Oltre a questo, suggerirei anche di ricordare se stessi. Esiste l'attore che presta il suo corpo e la sua voce al personaggio, ma allo stesso tempo l'attore continua ad esistere come persona al di fuori del teatro. Una persona che ha i suoi pensieri, che ha altri interessi, che sa distrarsi in altro modo e convogliare le proprie energie in altre direzioni. 
Questa persona non ha niente a che fare con il personaggio su cui stiamo lavorando. Esisteva da prima e continuerà ad esistere dopo. Bisogna prendersi cura di questa persona, perché non smette di esistere ed è anzi l'unica che vive realmente al di fuori delle mura del teatro.

- dramaqueen



Immagine di mrehan (Flickr)
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20 commenti:

  1. La mia insegnate di letteratura inglese, particolarmente appassionata di teatro elisabettiano e di arte teatrale in genere, diceva scherzando che solo i grandi attori tipo Vittorio Gassman sfuggivano a questo pericolo perché seguivano il percorso opposto: mettevano se stessi nel personaggio teatrale anziché il contrario. Ovviamente solo un grandissimo attore può permetterselo.

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    1. Non avevo mai considerato che potesse esistere anche questo tipo di approccio... Io non sono una grande attrice, quindi non ti so spiegare come facessero. Però temo che, da questo momento in avanti, continuerò a domandarmelo.

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  2. Questo post è interessantissimo per me! In effetti mi sono sempre domandata, per chi recita con passione e immedesimazione, nel cinema o nel teatro, come possa poi riemergere dalla "nuova" personalità che ha interpretato senza danni. Io penso che un po' di rischio ci sia sempre, non è vero?

    Parlando di scrittura, avviene un processo di immedesimazione simile, con i personaggi. Quando sono molto immersa nella scena che sto scrivendo, è come se fossi leggermente sdoppiata. E quando dico che alle volte i personaggi diventano talmente autonomi da fare quello che vogliono, e dettarti loro le regole, corro sempre il rischio che mi si prenda per folle.

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    1. Credo che il rischio ci sia sempre, o almeno parlo per me, che sono una persona che pensa troppo.
      Io non ti prendo per folle, capisco che cosa intendi dire. Una volta anch'io scrivevo e magari non avevo chissà quale tecnica, ma qualche personaggio ogni tanto mi riusciva bene. Uno, in particolare, mi sembrava di conoscerlo come se fosse un mio amico d'infanzia e in ogni situazione sapevo sempre come si sarebbe comportato, non avevo bisogno di rifletterci troppo.

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  3. Credo che un processo simile esista anche per chi scrive, sopratutto se si sforza di rendere vivi personaggi che sono diversi da lui. A volte mi chiedo quanto del modo di vedere il mondo dei miei personaggi fluisca in me e, nei periodi di scrittura intensiva estiva, quando sono a casa da sola per la maggior parte del giorno, il rischio ossessione non è così lontano. Mi salvo proprio mettendo in pratica i consigli che dai tu.

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    1. Sono convinta che l'approccio dello scrittore ai personaggi non sia poi così diverso da quello dell'attore.
      Per quanto riguarda il lavoro intensivo, se diventa troppo intensivo si rischia di non riuscire a staccarsene poi. Sono contenta di aver dato dei consigli sensati :)

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  4. Il rischio di passare troppo tempo con i pensieri dei propri personaggi in testa esiste anche scrivendo, come ha già detto Tenar. A peggiorare la situazione c'è il fatto che talvolta calarsi nei panni del personaggio può essere una forma di sollievo, perché permette di staccare dalla propria realtà, o comunque dà l'illusione di poterla affrontare in altri panni.

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    1. A me capita anche da lettrice, a volte, di rifugiarmi in una storia perché sono stanca di pensare ai problemi della mia vita reale. Quindi posso immaginare che per lo scrittore questa tentazione sia ancora più insidiosa.

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    2. La lettura comunque si presta di più a fare da fuga, perché è meno impegnativa. Scrivere quando si è giù di morale è talmente difificile che ti perdi a fantasticare sui personaggi, magari, ma non vai oltre. Almeno per me è così.

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    3. Fantasticare è un po' una forma di evasione... ma molto meno pericolosa!

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  5. È incredibile ma spesso, per abituarci a portare una maschera, dimentichiamo poi come poterla togliere.
    Molto bella questa tua riflessione.

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    1. Nel caso dell'attore non è proprio una maschera, le maschere le portiamo più nella vita reale che nel teatro. Detto questo, ho capito che cosa intendi dire.
      Grazie :)

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  6. Mi hai fatto pensare un po' agli attori come a dei trasformisti che dovendo interpretare tante cose diverse, vestono anche panni diversi a volte, perché no, anche contrastanti e se non trovano un equilibrio fra il sé e l'ospite diventa poi una totale confusione destabilizzante per la persona!

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    1. In effetti è un po' così... ma di solito il nostro "ospite" è uno alla volta, quindi non diventiamo schizofrenici. Il rischio di "restare intrappolati" si corre con i personaggi particolarmente impegnativi, per cui sono servite molte riflessioni e molte ore di esercizio per entrare nella parte, perché hanno una storia personale o un carattere molto diversi dai nostri. A questo punto, l'identificazione diventa tale che poi facciamo fatica a staccarcene.

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    2. La schizofrenia sarebbe il problema opposto, la disgregazione della personalità, nei casi peggiori il suo totale annullamento.

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    3. Come dicevo, non sono un'esperta di psicologia. Intendevo che l'attore, al massimo, si deve confrontare con la personalità del personaggio che si sovrappone alla sua, non con una selva di personaggi che creano confusione nella sua mente fino a non capire più chi è chi.
      Ad ogni modo, ti ringrazio per la precisazione.

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  7. E' possibile che l'insorgere di personalità multiple nasca proprio così.

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    1. Non sono esperta di psicologia, ma non credo che il pericolo sia così grande. Ho sentito storie di attori che hanno faticato a "lasciar andare" un personaggio, ma che abbiano sviluppato personalità multiple mai. O forse ce ne sono stati e io non li conosco.
      Comunque, in generale, il mestiere dell'attore non è così da psicopatici come sembra da questi post.

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    2. In realtà il discorso è di validità più generale. Perchè non sono solo gli attori a recitare.

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    3. Tecnicamente colui che recita è attore, per definizione, e anche se non lo fa di mestiere lo diventa in quel momento. Se parli di chi "recitare" nella vita reale, invece, non lo chiamerei recitare, ma fingere, perché sono due cose completamente diverse.

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