24 aprile 2015

Esperienze personali #6 - Qualcosa di cui non volevo parlare

Nel post "Quella parte di noi che non si può mostrare" vi dicevo (seguendo i consigli di Marcus Geduld) che un bravo attore non deve aver paura di mostrare la parte più intima e vulnerabile del suo animo, perché solo così saprà veramente commuovere il pubblico.


Può accadere, infatti, che un personaggio abbia in comune con noi un pezzo della sua storia e che, per rappresentarlo, dobbiamo rivivere emozioni ed eventi che ci hanno fatto soffrire. Quando succede, è molto difficile trovare il coraggio di affrontare quelle sensazioni e ancora più difficile condividerle con un pubblico di sconosciuti. Un bravo attore deve saper scavare nel suo passato e riportare alla luce la parte più vera e sincera di se stesso.

Che cosa succede, invece, quando il ruolo è difficile da interpretare perché ci ricorda una paura del nostro futuro? Quando ci spinge a confrontarci con pensieri che avevamo cercato di rimandare e di ignorare, perché il tempo giusto per affrontarli serenamente non è ancora venuto?
Questo è ciò che mi è successo nello spettacolo del mio quinto anno di liceo.

Ma facciamo un passo indietro: è meglio che vi racconti prima qual era questo famoso spettacolo. I miei insegnanti del corso di teatro avevano scelto di mettere in scena "Le mosche" di Jean-Paul Sartre.
La storia narrata nell'opera è quella di Oreste, che, dopo aver trascorso l'infanzia e la prima giovinezza lontano dalla sua città natale, ritorna ad Argo per uccidere la madre e vendicare così l'assassinio del padre. Esattamente la stessa storia narrata dal mito e descritta nelle "Coefore" di Eschilo.
Sartre, però, non si limita a copiare la vicenda, ma ne propone una rilettura secondo i temi propri dell'esistenzialismo. In questa visione, i personaggi non agiscono più seguendo la legge divina che impone di vendicare l'omicidio dei proprio familiari, ma scelgono consapevolmente di commettere un delitto. Anzi, sono costretti a scegliere autonomamente e nulla può togliere loro la responsabilità di questa scelta.

Il mio personaggio era quello di Clitennestra, la madre di Oreste, la moglie ed assassina di Agamennone. O forse sarebbe meglio dire "una delle Clitennestra" perché il personaggio è molto sfaccettato e svolge un ruolo importante dell'opera, quindi i suoi monologhi erano stati distribuiti a più attrici. Ognuna di noi sviluppava una tematica diversa tra quelle che concernevano il personaggio e a me era toccata la Clitennestra madre.
Questa è appunto la difficoltà di cui vi parlavo all'inizio, perché io con la maternità non ho un buon rapporto. Neanche ora sono del tutto convinta di voler avere figli, perciò potete immaginare quanto fossi pronta a rapportarmi quest'idea all'età di diciotto anni.

L'amore per i figli è molto importante nello sviluppo del personaggio, perché ci permette di comprendere il suo punto di vista e sviluppare empatia per lei, nonostante, il delitto che ha commesso.
Nell'opera di Eschilo, l'omicidio non era stato una scelta: era comandato dalla legge divina, che le imponeva di vendicare la morte della figlia Ifigenia, sacrificata ad Afrodite per permettere la partenza delle navi per Troia. Secondo la filosofia esistenzialista, invece, Clitennestra non era in alcun modo obbligata. Era libera di scegliere tra la vendetta ed il perdono.
E allora, partendo da questo presupposto, che cosa può giustificare l'azione di una moglie fedifraga che prima tradisce il marito e poi, al suo ritorno dalla guerra, lo uccide senza pietà?

Non è così difficile come sembra: Clitennestra non aveva di certo sposato Agamennone per amore. La sua famiglia aveva scelto uno sposo per lei e il suo dovere era quello di accettare il ruolo di moglie e dargli degli eredi.
Ma una donna, anche se non nutre nessun amore per il marito, sarà pur sempre portata ad amare i figli. Posso immaginare che la nascita del primo figlio sia qualcosa di straordinario, per un genitore. Sicuramente la nascita di Ifigenia lo era stato per Clitennestra.
Agamennone, invece, aveva scelto di sacrificare Ifigenia alla divinità. Aveva preso a Clitennestra la primogenita, il primo frutto del suo grembo, e aveva scelto di immolarla per poter partire per una guerra nemmeno sua, ma voluta dal fratello Menelao. A questo punto, il marito che prima non era amato ma era almeno tollerato diventa l'oggetto dell'odio più bruciante.

Proprio questo era l'oggetto principale del mio monologo, in cui dovevo spiegare tutta la ragione del mio odio. Qui potete leggere una parte del testo (ripresa dall'opera di Sartre ma adattato dai miei insegnanti):


Notate la battuta? Dice "frutto doloroso e adorato del mio parto". A me veniva il mal di stomaco solo a pensarci, mi si attorcigliava la lingua su se stessa se provavo a dirlo.
Avrei potuto immaginare l'amore di una madre per una figlia in senso astratto, rapportando questo sentimento così forte ad un'altra forma di amore che anch'io avevo provato nella mia vita. Ma questa sensazione così fisica, no. Non ce la potevo fare.

[NOTA: Sono consapevole che per il 99,9% delle donne del mondo tutto questo è bellissimo, che fa parte del grande cerchio della vita eccetera eccetera... So che avete ragione voi e mi dispiace se non riesco a condividere questa visione, è un problema mio.]

Ad ogni modo, in quell'occasione non sono stata una buona attrice.
Dicevo la battuta, ma facevo così fatica a mettere in fila le parole che si perdeva tutta l'intenzione originale. Perciò, l'ho dovuta cambiare. La battuta è diventata "Ifigenia, la mia primogenita": molto più neutro e molto più facile.

Insomma, questa volta vi siete sorbiti un post bello lungo per stare a sentire il racconto di qualcosa che non sono riuscita a fare. E la conclusione con cui vi lascio è piuttosto un dubbio: forse non è vero che un attore può riuscire ad interpretare qualsiasi personaggio.
Io non ero e non sono nemmeno ora una grande attrice, ma credo che anche i più grandi nascondano qualche fragilità o qualche ferita. In fondo, siamo tutti umani. Se questo è vero, forse ci sono personaggi che non si lasceranno mai interpretare, perché continueranno a fare resistenza ai tentativi di immedesimazione.
Forse non è vero che possiamo diventare qualsiasi cosa. Nemmeno noi attori. Possiamo diventare tante cose, ma non possiamo assumere tutte le forme possibili e alcune rimarranno precluse al nostro modo di essere.

- dramaqueen



P.S. Tanto per complicare un altro po' le cose, il giorno dello spettacolo ho dovuto recitare anche se avevo perso la voce... come vi ho raccontato tra gli altri aneddoti per il Very Insipiring Blogger Award.


 Questo post partecipa all'iniziativa "Una parola al mese" del blog di Romina Tamerici 
 La parola di aprile 2015 è fedifrago 



Potete trovare le esperienze precedenti qui:


Immagine di TwilitesMuse (on DeviantArt)
Licenza Creative Commons Attribuzione

28 commenti:

  1. Penso sia normale che alcune donne preferiscano dedicare ad altri tipi di esperienze l'energia che richiede il ruolo di madre. Forse sarebbero molte di più se non vivessimo in una società che violenta la donna instillandole l'idea che possa sentirsi completa e realizzata solo se mette al mondo dei figli.

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    1. Hai ragione, spesso leggo e sento le testimonianze di donne che non vogliono figli e, quando lo dichiarano, vengono guardate come se fossero mostri o alieni. Spero che la gente smetta di ragionare a questo modo, ma purtroppo per qualcuno è difficile capire che non siamo tutti uguali e non abbiamo tutti le stesse priorità e aspirazioni.
      Per fortuna, io sono ancora nella fase in cui mi tormentano con domande tipo "Ce l'ha il fidanzato?" invece di "Quando farai un figlio?", quindi mi sento in diritto di rimandare queste decisioni più avanti nel tempo.

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  2. Eheh, argomento interessante!
    Guarda, io credo che interpretare cose del genere sia più difficile di qualunque altro ruolo.
    Specie se tra il pubblico c'è chi SA.

    Moz-

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    1. E' uno dei problemi che si incontrano quando si interpretano personaggi più vecchi della propria età: certe cose non si possono conoscere appieno, perché non ci si è ancora passati. Si possono solo immaginare il più realisticamente possibile, ma non è ovviamente la stessa cosa.
      Tra il pubblico c'è chi sa che cosa significa una determinata esperienza e si aspetta un'interpretazione realistica da parte di un'attrice professionista, ma credo che con un'attrice diciottenne e inesperta tutti sarebbero portati ad essere clementi.

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  3. Beh, per quanto riguarda credo che all'epoca non eri pronta.
    Magari lo sarai in futuro, chi lo sa.
    Anche facendo più esperienze, si riesce ad acquisire più sicurezza, più modi per esprimersi.
    Quel ruolo che ti dicevo ieri (e che deve rimanere top-secret ;) ) mai mi sarei sognata di farlo anni fa, Ne avrei avuto paura. Sarei stata come inghiottita da quel ruolo.
    Ora invece riesco a farlo e immagino che se lo farò tra un po' di anni, anche un bel po' di anni, qualcosa cambierà perché ci saranno più esperienze teatrali e personali.
    Adesso sei ancora giovane, ma immagino che fra qualche anno tu potresti rifarla e dire anche quella frase.

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    1. E' normale che i personaggi più difficili richiedano un certo grado di maturità, artistica ma anche personale.
      In alcuni ruoli, però, non so se sarò mai pronta ad immedesimarmi. Non so davvero se questo sarò in grado di interpretarlo tra qualche anno, dovrei vedere dove mi porta la strada della mia vita. Ci ho ripensato scrivendo questo post, ma non sono del tutto certa che cambierò idea... Si vedrà.

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  4. Che bel post!
    Anche un autore non può scrivere tutti i personaggi e non può entrare allo stesso modo nella pelle di tutti, deve trovare una strada, una via, per farli risultare vivi nella pagina, anche quando fanno e dicono cose che non appartengono per nulla a chi le ha scritte!

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    1. Si riconfermano le similitudini tra attori e scrittori: immagino che anche per voi determinate scene possano essere molto difficili. Sono contenta che il post ti sia piaciuto :)

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  5. Ognuno di noi è inesorabilmente se stesso e non può fuggire dalla propria unicità e specificità. Un attore ci prova interpretando ruoli diversi (un po' come uno scrittore tenta di raccontare la vita dal punto di vista di personaggi spesso diversi da lui) ma anche nella sua finzione resta pur sempre se stesso. Dico spesso che mi piace leggere (e scrivere) perché una sola vita non basta, la lettura (più ancora della scrittura) aiuta a entrare in un'altra persona e vivere un frammento di vita che in realtà non appartiene al lettore. Probabilmente anche per l'attore - e questo puoi confermarmelo tu - recitare è un po' uscire da se stessi per vivere un frammento di vita altrui, ma non è per niente facile fuoriuscire del tutto da se stessi.

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    1. Recitare è esattamente "vivere un frammento di vita altrui" e credo sia questo uno dei motivi per cui amo tanto il teatro: anch'io non riesco a farmi bastare una vita sola. Però non credo sia possibile staccarsi completamente da se stessi e qualcosa dell'attore rimane sempre anche nel personaggio.

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  6. Sono sicuro di una cosa, anche se non sono donna: non si fanno figlioli pensando a cosa si sta facendo :D

    A parte scherzi, da genitore di due marmocchi rispetto profondamente le tue emozioni e sensazioni; la genitorialità è un fenomeno estremamente complesso che assorbe tutta la vita di una persona (anche se non la riduce solo al fatto di crescere dei figli, altrimenti sarebbe un annullamento e non una esperienza). Sembrerebbe, almeno per quanto ne ho compreso io, qualcosa che succede e che scegli di accogliere, più che una vera scelta consapevole. Di sicuro, nell'accoglierla c'è un grande dono che ti viene fatto: ma questo comporta un deciso cambio di direzione della tua vita. Insomma, decisamente genitori non si nasce, ma si diventa; e non hai nemmeno troppo tempo per farti delle domande!

    Per cui, credo che il fatto di vivere la parte del genitore sia veramente una sfida molto grande!
    Grazie per aver condiviso la tua esperienza.

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    1. Beh, finora sono riuscita ad evitare di farli, i figlioli... Sono una ragazza responsabile! ;)
      A parte gli scherzi, immagino che ci voglia anche un pizzico di incoscienza, perché non sai a che cosa andrai incontro e niente ti può veramente preparare a fare il genitore.
      Come dicevo anche agli altri, comunque, non è un problema che si pone adesso: sono giovane e, anche volendo, non potrei mica fare figli da sola... quindi si aspetterà a si vedrà! Grazie a te per aver condiviso il tuo punto di vista :)

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  7. Ho la sensazione che quella mancanza di voce avesse un significato psicologico molto chiaro. Tu che dici? ;)
    Penso a come può essere per uno scrittore. No, non puoi scrivere qualunque cosa. Non in modo accettabile.

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    1. Non avevo mai pensato che potesse avere un significato psicologico... ma, pensandoci adesso, mi sembra tutto fuorché improbabile!

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  8. Eccome se me la ricordo... Non la battuta cambiata, ma tutta la preparazione che ci hai messo dietro.
    Avrei fatto di tutto per aiutarti, ma come si poteva? "^^
    Trovo comunque molto bello che tu ne abbia parlato apertamente! E per il resto... Si vedrà. Magari di personaggio in personaggio con un crescendo regolato, alla fine arriveresti a fare questa Clitennestra. :) Anche senza cambiare la tua attitudine nella vita reale, ma solamente senza farti bloccare. :)

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    1. Dimentico che hai ascoltato le mie pare mentali sulla preparazione di buona parte di questi personaggi :)
      Se noti, non ne ho parlato del tutto apertamente, perché di per sé la questione è più complicata, ma questo è pur sempre un blog pubblico quindi c'è un limite agli argomenti di cui voglio e posso parlare. Sono contenta che alcuni dei lettori mi abbiano dato la loro opinione in merito :)
      Per il futuro, non so, forse già ora potrei fare meno fatica ad interpretare un personaggio con cui non ho niente in comune, ma sarà comunque sempre difficile.

      P.S. Friendly reminder: attitude = atteggiamento ; attitude =/ attitudine

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    2. Ok, non ho capito il reminder... :(
      Comunque certo, ma anche se la questione non è per intero ne hai parlato: la trovo una cosa estremamente positiva, anche per te. E appassionante per i tuoi lettori. :)

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    3. Intendevo che forse intendevi dire "atteggiamento" e hai confuso con il termine inglese.
      Comunque, so che a voi lettori interessa la vita privata della gente... ;) Ogni tanto vi do un po' di aneddoti (si spera) interessanti!

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  9. Mi è capitato molto spesso di dovermi immedesimare in personaggi che toccassero ferite scoperte del mio animo, ma mai di immedesimarmi in qualcosa di troppo lontano da me... però posso capire la difficoltà di sentirsi in una parte non propria.

    Se si potesse regalare un po' di istinto materno, te ne darei un po'... io credo di averne decisamente troppo per un ventre che non ha generato figli.

    P.S. Grazie per aver partecipato a "Una parola al mese".

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    1. Il discorso vale anche per te, sei ancora in tempo! :)
      Prego, grazie a te che continui l'iniziativa.

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  10. Premesso che concordo con la tua sensazione di una indifferenza nei riguardi della maternità (sono fermamente convinta che si possano avere figli e non che sia necessario farli per sentirsi realizzate), devo ahimé dissentire con l'aspetto del tuo interpretare una madre, che ti ha impedito una credibilità e di conseguenza ti ha costretta a modificare la battuta.
    L'attore, se è realmente interprete di un personaggio, deve poter arrivare ovunque, deve spingersi verso un ignoto anche a costo di stravolgere il suo Io profondo. E' questo il nucleo più significativo del fare teatro, Elisa, e non può né deve essere altrimenti. Sono certa che più in là, con l'esperienza, potrai arrivarci. Ma toglimi una curiosità: cosa ne pensava il tuo regista?

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    1. Non ho sollevato io per prima questo problema, anche altri si sono domandati se un attore può essere in grado di interpretare qualsiasi personaggio. Ci sono dei bravi attori che risultano molto convincenti ma che interpretano sempre lo stesso tipo di personaggio. E non possiamo sapere se anche i più grandi abbiamo mai trovato difficoltà con un ruolo particolare...
      Il regista aveva altre quattro Clitennestre a cui pensare e troppo poco tempo, quindi non mi ha fatto problemi e mi ha lasciato cambiare la battuta.

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  11. Post interessantissimo (come gli altri del resto) che aiuta a capire alcune meccaniche della recitazione delle quali non immaginavo nemmeno l'esistenza.

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    1. Grazie, troppo buono! Sono felice di farti scoprire qualcosa di nuovo!

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  12. Ah, i copioni con le note scritte a matita, quanti ricordi! :)
    Insomma, la domanda che ti poni è: è migliore l'attore che recita alla perfezione un solo personaggio o quello, magari meno bravo, ma più versatile?

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    1. Sì, una domanda da un milione di dollari... Ovviamente l'idea sarebbe interpretare bene tutti i ruoli, ma, come dicevo, siamo umani!

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  13. Ciao Elisa! Riemergo dalle ceneri dopo secoli, ma avevo questo tuo post tra quelli che mi ero segnata di commentare prima di partire, e quindi lo farò adesso :P
    Non ricordo chi fosse, ma ricordo di aver letto una dichiarazione di un attore abbastanza noto, che diceva esattamente quello che dici tu: forse non si può interpretare QUALSIASI personaggio. O forse sì, ma ne è in grado un attore su un milione. Non trovo che sia una pecca, certe corde sono così personali che non si possono proprio toccare...
    Nell'illustrazione poi è uguale (mi piace fare il parallelo!), non tutti sanno fare tutto, e io trovo che sia più interessante così. La specializzazione porta all'eccellenza, o almeno io la vedo così :D

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    1. Sei la benvenuta a commentare tutti i miei post, anche i più vecchi, se vuoi!
      Sono contenta di non essere l'unica attrice che la pensa così. L'esercizio e l'esperienza portano grandi miglioramenti, ma non credo che si possa essere capaci di fare proprio tutto. I paralleli tra le varie arti sono interessanti, anch'io ne faccio sempre :)

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