2 giugno 2015

Non sono una sciocca attrice: il discorso di Natalie Portman ad Harvard

Ho sempre ammirato molto Natalie Portman e mi rendo conto di aver visto un numero incredibilmente alto di suoi film, pur essendo una pessima cinefila. 
Da Il cigno nero (di cui ho parlato qui), L'amore e altri luoghi impossibili e V per Vendetta ai meno impegnati Mr Magorium, Your Highness e Star Wars. Inutile dire che l'ho sempre trovata bravissima.


Non nego che, oltre che per l'innegabile talento, mi ispira simpatia perché si tiene lontana dagli atteggiamenti da gran diva. Anche sul tappeto rosso, dà sempre l'impressione di essere una ragazza semplice, molto più vicina a noi comuni mortali di come appaiono tante stelle di Hollywood.
Forse è per questo motivo che non mi sono stupita più di tanto quando ha rivelato di essere (e soprattutto di essere stata) piuttosto insicura.

Quando iniziò a studiare ad Harvard era convinta che tutti la giudicassero "non abbastanza brillante". Tutti gli altri studenti avevano grandi ambizioni: volevano diventare medici, avvocati o addirittura i prossimi presidenti degli Stati Uniti. Lei, invece, si sentiva "solo una sciocca attrice". Non le sembrava un'attività abbastanza importante da svolgere.
Dopo quattro anni al college, invece, quella "sciocca attrice" è riuscita a laurearsi, superando i momenti di difficoltà. Ma, soprattutto, è riuscita a capire che recitare non era una strada sciocca o meno degna delle altre. Era, anzi, la strada più degna che lei potesse scegliere, perché era quella che la appassionava veramente.

Quando è stata invitata ad Harvard dodici anni dopo, per tenere un discorso il giorno della consegna dei diplomi, era tentata di assumere un ghost writer. O almeno così ha confessato scherzosamente alla platea di studenti che la stavano ascoltando.
Forse temeva di non essere abbastanza divertente, ma del ghost writer non aveva assolutamente bisogno, perché ritengo che abbia pronunciato un discorso molto bello, parlando proprio delle insicurezze che l'hanno accompagnata durante gli studi universitari. E di come, alla fine, abbia imparato a non preoccuparsi del giudizio degli altri e a scegliere la propria strada da sola.

Potete trovare il discorso completo qui (purtroppo non ho trovato una versione sottotitolata):


Non riporto tutta la traduzione, perché il discorso dura venti minuti e si allarga su molti argomenti, ma io non ho lo spazio necessario per parlare di tutto, quindi mi concentrerò su un tema in particolare. Potete trovare una riassunto della seconda parte del discorso (il cui tema è il potere dell'inesperienza) in questo articolo di upworthy.com
Se avete una buona comprensione dell'inglese, comunque, vi consiglio di ascoltarlo per intero, perché ne vale la pena.
Il discorso inizia così:

"Oggi mi sento come quando sono arrivata nel cortile di Harvard come matricola, nel 1999. Mi sentivo come se ci fosse stato uno sbaglio, come se io non fossi stata abbastanza intelligente per essere in quella compagnia, e se ogni volta che aprivo bocca dovessi provare che non ero solo una sciocca attrice."

Al liceo non era affatto una ragazza popolare e quasi nessuno prestava attenzione al fatto che fosse un'attrice. Sapeva, però, che una volta al college le cose sarebbero cambiate molto:

"Quando fui ammessa ad Harvard, subito dopo l'uscita di "Star Wars - Episodio I", sapevo che avrei ricominciato daccapo, in termini di come la gente mi vedeva. Tutti avrebbero dato per scontato che ero stata ammessa solo perché ero famosa e che non ero all'altezza del livello intellettuale che c'era qui.
Non sarebbero stati lontani dalla verità. Quando arrivai qui, non avevo mai scritto un saggio di dieci pagine. Non sono nemmeno sicura che ne avessi scritto uno di cinque. (...)
Non sapevo come dichiarare le mie intenzioni. Non ero capace nemmeno di formularne con me stessa. Recitavo da quando avevo undici anni, ma pensavo che recitare fosse troppo frivolo e sicuramente non significativo. Venivo da una famiglia di accademici ed ero molto preoccupata di essere presa seriamente. (...)
Ero stata ammessa solo perché ero famosa, questo era come mi vedevano gli altri e come mi vedevo io. (...) All'età di diciotto anni avevo già recitato per sette anni e pensavo di trovare una strada più seria e più profonda al college. Così, al primo anno, decisi di seguire neurobiologia e letteratura ebraica moderna avanzata. Perché ero seria ed intellettuale. (...)
Ma, mentre mi dibattevo tra la lingua ebraica e i diversi meccanismi delle risposte neurali, vedevo i miei amici intorno a me che scrivevano saggi sulla navigazione o sulle riviste di cultura pop, professori che tenevano lezioni sulle fiabe o su Matrix. Capii che la serietà fine a se stessa costituiva già di per sé un premio, e che era una sorta di premio dal valore opinabile.
Iniziai a domandarmi chi fossi. C'era una ragione se ero un'attrice: io amo quello che faccio. E imparai dai miei compagni e dai miei mentori che quello non era soltanto un motivo accettabile, ma era il miglior motivo possibile. 
Quando mi sedetti al mio posto, il giorno della consegna dei diplomi, dopo quattro anni passati a cercare di entusiasmarmi per qualcos'altro, ammisi con me stessa che non vedevo l'ora di tornare agli studi cinematografici. Volevo raccontare storie, immaginare le vite degli altri e aiutare gli altri a fare lo stesso. Avevo trovato, o forse richiamato, le mie motivazioni."

Oltre ad essere assolutamente d'accordo con questo messaggio, devo dire che un po' mi riconosco nell'esperienza raccontata dall'attrice. Io ho sempre voluto seguire questa strada, da quando avevo quindici anni, ed è quello che amo fare.
Ovviamente, non mi chiamo Natalie Portman e non ho recitato nel primo film a undici anni, quindi la gente mi ha sempre giustamente detto che forse è una strada troppo difficile... ma c'è anche un'altra obiezione sempre sottesa: non è un percorso di studi serio. Sei intelligente, devi studiare cose più difficili.
Ingegneria sì, che è una facoltà seria. Ci sono le derivate parziali, gli integrali, i vettori, le equazioni differenziali, tanti concetti impegnativi per persone serie. Anch'io, lo devo ammettere, a volte mi sento soddisfatta della mia serietà, quando ne parlo.
Però non posso illudermi che quelle materie veramente mi appassionino: mi basta aprire di nuovo il libro per ricordarmi che non è quello che voglio fare. Mi basta leggere ad alta voce una sola riga di un racconto per ricordarmi che cos'è quello che voglio fare. La laurea e la serietà forse mi serviranno, più avanti, ma ancora per un po' mi riservo il diritto di provare a far funzionare la strada "non seria", quella che ho nel cuore.

Qualche minuto più tardi, Natalie Portman ritorna a parlare della passione dell'espressione di se stessi, a proposito del film Il cigno nero:

"E' stato istruttivo per me vedere che per le ballerine, una volta che hai raggiunto un certo livello di tecnica, tutto quello che ti separa dagli altri sono le tue stranezze o addirittura i tuoi difetti. Una ballerina era famosa per come si girava, come se per metà perdesse l'equilibrio. 
Non potrai mai essere il migliore tecnicamente. Ci sarà sempre qualcuno che salterà più in alto o che avrà una linea più aggraziata. L'unica cosa in cui puoi essere il migliore è sviluppare te stesso e la tua particolarità."

Ricordate anche voi di essere voi stessi e di esprimere la vostra unicità. Ci sono già abbastanza ostacoli che il mondo metterà tra voi e i vostri sogni, non avete bisogno anche di lasciarvi convincere che il vostro sogno non è abbastanza serio.
Il vostro sogno è serio. Fare ciò che si ama è una cosa serissima.

- dramaqueen




Immagine di Diaa abdelmoneim (Wikimedia Commons)
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6 commenti:

  1. Però mi sembra che fosse già abbastanza famosa prima ancora di Star Wars... nel '94 aveva recitato in Leon di Luc Besson, mica roba da poco.

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    1. Nella parte di discorso che ho tagliato, raccontava che internet aveva appena cominciato a diffondersi, ai tempi in cui lei era al liceo, quindi l'accesso alle notizie non era immediato come oggi. I suoi compagni di scuola sapevano che lei era un'attrice, ma non ci facevano troppo caso, probabilmente perché anche lei non aveva il carattere di chi vuol farsi notare.
      Inoltre, "Léon" era un film francese e forse non aveva avuto così tanta risonanza tra i teenager americani. Di certo, non aveva raggiunto una fama paragonabile a "Star Wars - Episodio I". Da come lo racconta lei, infatti, solo dopo l'uscita di "Star Wars" è cominciata la sua vera popolarità.

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  2. Capisco la tua riflessione. Io odio il percorso di studi serio!
    Ma se io avessi qualche talento nel teatro l'università la mollerei subito, rassicurata dall'esempio di amici che ce l'hanno fatta e che secondo me fanno umilmente un lavoro importantissimo coi bambini... il mondo ha bisogno di teatro.
    :)

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    1. Il punto è proprio questo... Io non sono per niente sicura di avere del talento ;) E poi, purtroppo, avere una strada di riserva serve sempre, ma il tuo ottimismo mi rincuora!
      Il mondo ha bisogno di teatro, hai perfettamente ragione, e più in generale ha bisogno di storie e di gente che le sappia raccontare bene.

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    2. Siamo perfettamente d'accordo :) capisco proprio il dubbio sul talento, ma penso anche che forse il mondo ci ha dato una definizione sbagliata di cosa è talento! Forse è passione prima di essere maestria. E anche sulle storie ci capiamo perfettamente: i buoni insegnanti scarseggiano, io ho sempre cercato buone storie per supplire a questa mancanza ;-)

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    3. Ho conosciuto qualche buon insegnante, ma purtroppo non sono così comuni, è vero. E anche le buone storie: esistono ma bisogna saperle cercare :)

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