29 settembre 2015

5 domande e risposte sulla dizione italiana

In uno dei primissimi post di questo blog, ho parlato della dizione, ma (essendo ancora una blogger parecchio inesperta) mi ero limitata a poche righe. Dato che ora mi sto dedicando ad uno studio più intensivo della materia, ho pensato di ritornare sul tema e di ampliare le informazioni contenute in quel post.


Dato che anch'io sono ancora una studentella e non un'esperta, mi sono messa nei panni di chi si avvicina per la prima volta allo studio della dizione e ho stilato una lista delle cinque domande più frequenti che potrebbero venire in mente.
Ovviamente, poi ho anche cercato le risposte: eccovele qui.


In che cosa consiste lo studio della dizione?

La dizione insegna la pronuncia corretta della lingua italiana senza inflessioni dialettali.
E' importante, quindi, eliminare le cadenze e le cantilene (come quella tipica del Veneto, che io conosco molto bene) e studiare l'ortoepia, cioè la pronuncia corretta dei vari vocaboli. Si tratta del corrispettivo dell'ortografia che riguarda la lingua parlata, ma non è altrettanto scontata, perché in italiano alla stessa lettera possono corrispondere due suoni diversi.
In particolare, queste difficoltà riguardano:

- La scelta tra la pronuncia aperta o chiusa delle vocali E e O: ad esempio per la E si può avere una pronuncia come in bène (aperta) oppure come in véro (chiusa), per la O si può avere la pronuncia come in suòno (aperta) oppure come in incóntro (chiusa).
Le differenza tra i due suoni viene indicata con l'uso dell'accento grave oppure acuto sulla vocale.

- La scelta tra la pronuncia sorda o sonora delle consonanti S e Z: ad esempio per la S si può avere la pronuncia come in sole (sorda) oppure come in casa (sonora), per la Z si può avere la pronuncia come in speranza (sorda) oppure come in azzurro (sonora).
In questo caso, esprimere graficamente la differenza è più difficile. Solitamente, si usa il simbolo ʃ per la S sonora e il simbolo ʒ per la Z sonora, indicando le corrispondenti sorde con le normali lettere italiane s e z.


A che cosa serve la dizione?

Sicuramente vi sarete domandati: se nessuno o quasi nessuno in Italia parla in questo modo, perché dovrei imparare io?
Finché si rimane nel proprio contesto regionale, la dizione serve a poco, anzi potrebbe addirittura suonare strana ai nostri conterranei. Quando, però, si esce da questo contesto, è importante farsi capire da tutti, soprattutto se dobbiamo parlare davanti ad un pubblico. Siamo tutti italiani, è vero, ma le differenze linguistiche esistono e io faccio onestamente fatica a capire un napoletano o un siciliano con accento troppo marcato e credo che anche per loro sarebbe lo stesso.
Se si tratta, poi, di parlare in un programma televisivo, in uno spot o in un film che sarà visto in tutta Italia, è essenziale unificare il linguaggio, togliendo le inflessioni dialettali, in modo che ognuno comprenda e riconosca quella lingua come la sua. Ecco perché speaker, attori e doppiatori non possono fare a meno dello studio della dizione.

Ho sentito alcuni che si lamentavano dell'uso della dizione nei film, dicendo che se una storia è ambientata a Roma, i personaggi devono parlare in romano. Sono d'accordo, anche se con qualche riserva: è giusto preservare le differenze regionali tra le varie parti d'Italia, magari introducendo anche qualche personaggio di diversa provenienza per avere una certa varietà linguistica. Detto questo, bisogna tener conto che non tutti gli spettatori sono romani, quindi la cadenza utilizzata dovrebbe essere sufficiente a connotare la provenienza dei personaggio, ma non così marcata da pregiudicare la comprensione da parte degli altri.
E, soprattutto, un attore dovrebbe parlare in romano perché è stata una scelta del regista, non perché sa parlare soltanto in romano e non conosce la dizione corretta.

Sempre per lo stesso motivo, credo che nel doppiaggio e negli spettacoli teatrali ambientati in contesto straniero o antico la dizione sia essenziale, perché un Riccardo III milanese sarebbe poco credibile quanto un'Elettra pugliese o una Medea padovana.


Chi ha deciso qual è la pronuncia corretta di un vocabolo?

Come pronuncia corretta delle vocali, per ragioni storico-culturali, è stata scelta quella della lingua toscana colta. In fondo, è proprio lì che è nato l'italiano scritto, quando ancora era chiamato "volgare" ed era la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio.
Questa dovrebbe essere la regola convenzionale, ma di fatto nemmeno in Toscana tutti pronunciano le parole con le stesse vocali aperte o chiuse. Inoltre, con il passare del tempo, si sono affermate anche alcune pronunce diverse che non hanno nulla a che vedere con il toscano. Nel vocabolario, infatti, talvolta si può trovare una "pronuncia moderna" accanto alla "pronuncia tradizionale" e in questo caso anche la prima è considerata accettabile.

Purtroppo, è impossibile dare delle regole certe per tutti i termini della lingua italiana, quindi l'unica soluzione definitiva è consultare il vocabolario. Nel caso siano accettate due versioni di una stessa parola, di solito la pronuncia tradizionale è comunque preferita, ma l'altra non si può considerare un errore.


Come faccio ad imparare tutte queste regole?

Questo è un problema che non ho ancora del tutto risolto, perché il mio studio è tutto fuorché completato, ma posso comunque darvi qualche consiglio.
Le regole sono tantissime, una per ogni terminazione e molte si accompagnano alle inevitabili eccezioni, quindi impararle tutte e memoria può sembrare impossibile. Il metodo che mi ha aiutato finora è stato quello di imparare "ad orecchio": ripetere ad alta voce il gruppo di parole che sono fornite come esempio ad ogni regole e cercare di memorizzarne il suono. In questo modo, la prossima volta che dovremo leggere le stesse parole possiamo sperare che il nostro cervello ricordi il suono giusto.
Oltre a questo, mi ha aiutato molto anche prestare attenzione a come sono pronunciate le parole quando ascolto gli speaker o i doppiatori professionisti alla televisione. Tra l'altro, questo è un buon modo per sfruttare le fastidiose interruzioni pubblicitarie.


Dove posso studiare?

Esistono diversi corsi di dizione in tutte le città d'Italia, quindi ne troverete sicuramente uno vicino a voi. Anche in alcuni corsi di teatro si forniscono i fondamenti della dizione, sebbene non si tratti di uno studio sistematico, ma è comunque utile per iniziare.

Se volete studiare da autodidatti, per i dubbi sulla pronuncia delle parole consultate il Dizionario d'Ortografia e Pronuncia della RAI (DOP). Tutti i termini sono corredati di una traccia audio da ascoltare, se ancora non siete pratici con gli accenti e i segni fonetici.
Su internet potete seguire anche il corso di DiziWeb, che comprende diverse lezioni ed esercitazioni, oppure le indicazioni sul sito di Accademia Attori.

Vi devo dire la verità: io ho provato a seguirli, ma stavo impazzendo con tutta quella miriade di regole non riunite nello stesso posto, quindi mi sono affidata ad un libro. Se anche voi sentite la necessità di un supporto cartaceo, vi consiglio "Corso di dizione" di Nicoletta Ramorino (Giunti editore), dove potete trovare anche esercizi di articolazione e qualche nozione sull'impostazione vocale.
Nessuno degli autori che ho segnalato mi paga per scriverne bene, quindi potete stare sicuri che i miei sono consigli sinceri!


Se avete intenzione di intraprendere lo studio della dizione, spero che i miei consigli vi siano utili. E vi faccio i miei sinceri auguri, perché ogni volta che apro il libro e vedo tutte queste regole mi viene da chiedermi: "Ma chi me l'ha fatto fare?"

- dramaqueen




Poesia dadaista - Foto di Elisa Elena Carollo
Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale

14 commenti:

  1. Io la sto studiando da un bel po', rifacendomi soprattutto al DOP. Da quando ho visto il tuo manuale di dizione l'ho messo nella lista di desideri su Amazon, quindi a breve spero di prenderlo e dare un'occhiata anche a quello.

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    1. Io te lo consiglio, mi sto trovando bene (per quanto ci si può trovare bene a studiare una materia che non ha delle vere regole...)

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  2. Mi interesserebbe ma sono bloccato in partenza dalla mia orrenda voce. Ho una voce talmente sgraziata che risulterebbe fastidiosa persino se pronunciassi ogni parola con una dizione impeccabile.

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    1. Non avendoti mai sentito, non posso giudicare, ma forse la tua voce non è così male come credi! Se anche così fosse, si può comunque migliorare la propria voce imparando un po' d'impostazione vocale :)

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  3. Meglio che non senti la e aperta torinese. :)
    Mi sembrava che per la z i simboli fosse speran- (ts) -a e (ds) -ucchero.

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    1. Forse il torinese potrebbe fare concorrenza al vicentino, ma non vi ho sentiti parlare così spesso, quindi non ricordo bene quanto aperte sono le vostre E ;)

      Per quanto riguarda i simboli, potrebbe benissimo esistere anche la notazione di cui parli tu. Io ho riportato quella che compare nel mio libro di dizione, per essere sicura.
      Ti devo però correggere sullo zucchero, che in entrambe le nostre regioni di provenienza, a quanto pare, si pronuncia con la Z sbagliata. Secondo il DOP la parola "zucchero" [http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=847&r=118] si pronuncia con la Z sorda come in "bellezza" [http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=78341&r=3566] e non sonora come in "zanzara" [http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=272&r=1951]
      Ti ho allegato i link, così li puoi anche ascoltare le pronunce, a scanso di equivoci :)

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  4. Vabbè, pensa dove potrei andare io che sono sicula "puro sangue"! :)

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    1. Potresti recitare in "Montalbano", ci hai mai pensato? ;)

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    2. Ahah, sì e in tutte le fiction in cui i personaggi mafiosi sono chiamati in causa! ;)

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    3. Anche! Scegli tu se vuoi stare dalla parte della legge o dell'illegalità ;)

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  5. Buongiorno a tutti,
    Non riesco a integrare la corretta dizione dell'ultima sillaba dei plurali "belle", "celle" ecc... o i verbi all'infinito "vendere", "cedere...ecc. con la regola fondamentale di dizione che dice:
    Quando su una sillaba contente una e o una o non cade l'accento tonico, la e o la o si deve pronunciare sempre chiusa.
    Esempio: tàvolo, lìbro, volànte, dìsco, bottìglia

    Insomma: se in "volante" l'ultima "e" è chiusa, perché nelle parole che ho citato prima la "e" è aperta???

    esistono delle eccezioni alla regola?....dove si possono trovare?

    Grazie

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    1. Caro o cara utente, forse hai fatto un po' di confusione tra l'accento tonico (che indica la sillaba accentata in una parola, cioè quella che si pronuncia con intensità maggiore rispetto alle altre) e l'accento che indica la pronuncia aperta o chiusa della vocale.
      In una parola ci può essere un solo accento tonico: ad esempio "péro" ha la prima sillaba accentata e "però" la seconda. La vocale accentata si pronuncia con più intensità, quindi ha senso che esista il dubbio tra pronuncia aperta e chiusa; le vocali non accentate possono essere solo chiuse perché devono essere pronunciate con intensità minore. Prova a pronunciare una parola con tutte le vocali aperte e vedrai che non è possibile. Infatti dovrebbero essere accentate tutte le sillabe, per poterlo fare.

      Veniamo alle parole che hai portato come esempio: in realtà non contraddicono le regola (che non ha eccezioni). In "bèlle" la prima E è accentata e aperta, la seconda non è accentata e di conseguenza può soltanto essere chiusa. Lo stesso vale per "cèlle". Quindi è coerente con la regola per cui la terminazione -èlle ha la prima E aperta.
      In "cèdere" la prima E è accentata e aperta, quindi le due successive sono chiuse (il che concorda con la regola secondo cui la desinenza in -ére dell'infinito ha sempre la E chiusa).
      Insomma, in ogni parola basta porsi il problema una volta sola, cioè per la vocale accentata. Se le altre vocali della parola sono E oppure O ma non sono accentate, il problema non si pone perché andranno pronunciate chiuse. Se la vocale accentata non è un E oppure una O (come in "volànte") non ci sono ambiguità di pronuncia, perché la A può essere pronunciata in un modo solo e le vocali non accentate sono automaticamente chiuse. Spero di aver chiarito il tuo dubbio!

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    2. Ti ringrazio molto per la risposta...tutto chiaro sull'accento tonico e fonico. Vorrei solo chiarire un punto sulla tua affermazione: "le vocali non accentate possono essere solo chiuse perché devono essere pronunciate con intensità minore" ...benissimo, ma se un attore deve pronuciare scandendo bene la parola "bèlle" (plurale di bello) fino a scandire bene anche l'ultima "e" , questa "e" la pronuncerà chiusa?...mi sembra di no. Era questo il mio dubbio... grazie (Roberto)

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    3. Grazie della spiegazione, ora ho capito. Hai ragione, gli attori devono scandire tutte le sillabe delle parole e non possono permettersi di "buttare via" il finale delle parole. Infatti a chi ha l'abitudine di mangiarsi le parole si consiglia, come esercizio, di mettere l'accento sulla lettera di finale di ogni parola (anche se è una consonante) per non "dimenticarsela per strada".
      Questo, però, è un solo un esercizio per imparare a non mangiarsi le parole e l'intensità che si dà all'ultima sillaba è volutamente esasperata, perché serve per imparare. Poi, di fatto, gli attori non parlano così. Gli attori pronunciano tutte le sillabe con un'intensità sufficiente a farsi udire e comprendere chiaramente, ma la sillaba accentata avrà un'intensità un po' maggiore delle altre, perché così prescrivono le regole della lingua italiana. Spero di essere stata più chiara.

      P.S. Grazie per esserti firmato, non sapevo se rivolgermi a te al maschile o al femminile :)

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