29 gennaio 2016

"The pride" di Alexi Kaye Campbell

Immaginate di essere gay. 
Vivete una vita tutto sommato normale, fatta di lavoro, amici, qualche casino sentimentale ogni tanto, ma chi non ne ha? Purtroppo non avete ancora tutti i diritti che hanno le coppie eterosessuali e a volte dovete ancora manifestare e combattere le discriminazioni. Ma, in fondo, il mondo ha fatto dei grandi passi in avanti rispetto al passato.

Ora immaginate di essere gay nel 1958.
Il vostro orientamento sessuale è visto come un'orribile devianza, una malattia mentale da curare. E la cosa peggiore è che voi stessi, sentendo di provare attrazione per una persona del vostro stesso sesso, sareste i primi a provare orrore e a cercare di reprimere questi sentimenti.


Questa potrebbe essere una descrizione un po' approssimativa della trama di "The Pride", il testo di Alexi Kaye Campbell che ho visto recitare a teatro la settimana scorsa, con la regia di Luca Zingaretti.
Volendo dare una sintesi più comprensibile della trama, la si potrebbe presentare così: due storie parallele ci vengono presentate in contemporanea, alternando le scene di una e dell'altra. Una è ambientata nel 1958 e l'altra nel 2015. I personaggi hanno gli stessi nomi e sono interpretati dagli stessi attori, anche se apparentemente non esistono collegamenti tra la prima e la seconda vicenda. Si potrebbero definire due storie d'amore, anche se in entrambe l'amore trova degli ostacoli sulla via per esprimersi.

La prima inizia con Sylvia e Philip, una coppia sposata, che aspettano un ospite per cena. Si tratta di Oliver, uno scrittore di libri per bambini, per il quale Sylvia sta realizzando delle illustrazioni.
Questo lavoro rappresenta una grande occasione per la donna e perciò per lei è molto importante che l'incontro vada bene, che lo scrittore e il marito vadano d'accordo. Durante la serata, però, le cose non vanno come Sylvia vorrebbe, perché i due non trovano molti argomenti in comune di cui parlare e Philip si dimostra fin troppo taciturno.


Intanto, nel 2015, Oliver cerca di riprendersi dopo essere stato lasciato dal suo compagno Philip. Ma lo spettatore scopre subito che forse Philip non ha avuto tutti i torti ad andarsene, perché Oliver ha il vizio del sesso occasionale con gli sconosciuti e non riesce ad abbandonarlo nemmeno quando è in una relazione stabile e (teoricamente) improntata alla fedeltà.
È Sylvia, amica di entrambi, che cerca di far ragionare Oliver e di fargli capire perché il suo rapporto con Philip non funzionava... anche se il ragazzo non vuole capire e rimane ancorato alle sue lamentele infantili sull'amore perduto.

Da una scena all'altra, la storia continua a spostarsi nel tempo. Vediamo da un lato il Philip del 1958, che scopre di provare, ricambiato, un sentimento fin troppo forte per lo scrittore amico della moglie; dall'altro l'Oliver del 2015, che cerca di dare una svolta al proprio lavoro di giornalista e oscilla tra la voglia di rivedere Philip e quella di continuare con gli incontri occasionali.
Ma nessuna delle sue situazioni ha uno sviluppo facile: nel passato, Philip non riesce ad accettare la propria natura, cerca di allontanare Oliver senza riuscirci e di ripetersi che il suo amore è solo per la moglie. Nel presente, Oliver è sempre più morbosamente attaccato a Sylvia, come ad una figura materna che lo accudisce, e lei non sa mai dire di no all'amico in difficoltà. Finché non si presenta l'occasione di incontrare Philip al Gay pride del giorno dopo...

Non vi rivelo la fine, perché voglio lasciarvi la sorpresa.
Tra l'altro, lo spettacolo è ancora in tournée e potete controllare se prossimamente ci sarà qualche data vicina a voi sul sito ufficiale thepride.show.


"The Pride" è un testo teatrale sui gay? E' uno spettacolo che mostra le dinamiche dell'amore omosessuale e come sono cambiate nel tempo? No, non lo è.

E' un testo che racconta due storie d'amore contrastate, i cui protagonisti sono gay. Ma non rappresenta tutti i gay. Per il semplice motivo che quattro personaggi non possono essere rappresentativi di un'intera categoria (a meno che non si tratti stereotipi che pretendono di rappresentarla, ma anche in tal caso lo farebbero male e generalizzando).
Non ho mai condotto un'indagine statistica in merito, ma ho buone ragioni per credere che gay, lesbiche e bisessuali siano di tutti i tipi: magri, alti, bassi, grassi, con i capelli scuri o chiari, corti o lunghi, fedeli o infedeli al partner, con un lavoro artistico o con un lavoro d'ufficio. Non esiste il "tipo" del gay, come non esiste quello dell'etero.

Mi sembra piuttosto che "The Pride" voglia descrivere l'influenza degli stereotipi e delle imposizioni della società sulla vita degli individui.
Che siamo etero o gay, il mondo intorno a noi non smette di caricarci di aspettative riguardo a quello che dovremmo essere e noi dobbiamo decidere se ascoltare oppure se continuare ad essere quello che sentiamo di voler essere, nonostante i giudizi.
Si tratta di una nostra scelta, che richiede molto coraggio, ma che può fare la differenza tra la felicità e l'infelicità, tra il sentirsi liberi di essere ciò che si è e la costrizione di fingere. In modi diversi, forse meno drammatici, forse altrettanto sconvolgenti, tutti siamo chiamati a fare questo tipo di scelte.
Quale sarà, allora, la nostra?

- dramaqueen



Le immagini sono tratte dal sito ufficiale italiano di The Pride

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