29 marzo 2016

Trovare un aggancio con il testo è la chiave per raccontare

Come forse già saprete (dato che l'avevo scritto anche su Facebook), lo scorso weekend sono stata impegnata con un workshop di narrazione teatrale, tenuto da Andrea Pennacchi.
Questo è anche il motivo per cui non sono riuscita scrivere niente la settimana scorsa: il weekend è stato occupato dal workshop e la settimana dal lavoro. Però spero di farmi perdonare raccontandovi qualcuno dei preziosi spunti che mi sono portata a casa da questi incontri.


Andrea Pennacchi (che vi consiglio di andare a trovare a teatro, o almeno sul sito della sua attuale compagnia teatroboxer.com) ha cercato di condensare in due giorni alcune delle tecniche che possono aiutare a raccontare efficacemente una storia.

Tra gli spunti che ci ha dato, uno in particolare mi ha colpito: per poter raccontare qualcosa, bisogna trovare un aggancio con la storia e con il personaggio, qualcosa che nel testo "ci parla" e ci ricorda della nostra esperienza personale.
Devo dire che mi sono sentita veramente idiota a non aver elaborato in forma chiara un concetto che dovrebbe essere così ovvio per un attore. Eppure dovrebbe essere la prima cosa a cui si pensa, perché non si può farsi coinvolgere (e quindi raccontare in modo coinvolgente) una storia con cui si sente di un avere niente in comune.

In effetti, quando dovevo immedesimarmi in un personaggio, credo di aver messo in pratica questo concetto anche se non l'avevo espresso in modo esplicito. Anzi, ripensandoci posso dire che i ruoli che sento di aver interpretato meglio sono stati quelli per cui questo "aggancio" era più chiaro.
Ma questo non vale solo per i personaggi, vale anche per qualsiasi storia che debba essere raccontata da un attore. Il fatto che io non ci avessi mai pensato forse spiega perché le parti del narratore nei racconti che leggo sono quasi sempre piatte. Ora che lo so, spero che le mie letture diventeranno più coinvolgenti per chi le ascolta.

A questo punto, immagino di vedere le vostre facce confuse e capisco che abbiate bisogno di un esempio. Allora vi racconto quello che Pennacchi ci ha fatto fare al workshop: siamo partiti dall'inizio del quattordicesimo libro dell'Odissea.
Per chi non fosse pratico della suddivisione dei poemi omerici, si racconta dell'incontro tra Ulisse, finalmente ritornato ad Itaca e travestito da mendicante, e il porcaro Eumeo.
Alla fine della lettura, l'insegnante ci ha chiesto se ci fosse qualcosa, in quel testo, che sentivamo vicino a noi. Sulle prime, mi sono trovata abbastanza spiazzata. Riportare alla mia esperienza personale un testo scritto ai tempi degli antichi Greci, che per di più parlava di recinti per i porci e servi che si lamentano dei principi usurpatori, mi sembrava arduo.

Poi, però, ho riletto il passaggio in cui Eumeo sacrifica due delle sue porchette, le abbrustolisce e le offre a Ulisse... ed è successa una cosa molto strana, nella mia mente.
La premura e la generosità con cui il porcaro offre all'ospite le porchette e il vino mielato mi hanno ricordato l'atteggiamento di mia nonna, che tutte le volte che vado a trovarla tira fuori mezza dispensa perché ha paura che non ci sia abbastanza cibo. Eumeo e mia nonna sono diventate due persone accomunate dell'equazione "accoglienza = cibo" e io ho trovato una chiave per raccontare quella parte della storia, perché quel tipo di accoglienza la conosco bene.
Ovviamente, questa chiave non può funzionare per tutto il racconto: per raccontare di altri argomenti avrò bisogno di altre chiavi.

Non sempre è facile, anche perché non possiamo certo avere esperienza diretta di tutto ciò che accade ai personaggi di un racconto o di uno spettacolo teatrale. Però possiamo provare a richiamare qualcuno dei nostri ricordi che si avvicina alle sensazioni che stanno provando loro in quel momento.
Ne avevo già accennato in un post di due anni fa, in cui parlavo di come relazionarsi con personaggi che hanno esperienze molto lontane dalle nostre (lo potete leggere a questo link).

Insomma, ora ho scoperto qualcosa che mi servirà sicuramente e speriamo che i risultati possiate sentirli anche voi nei prossimi video. Ma non abbiamo parlato solo di questo al workshop, quindi aspettatevi altri nuovi spunti nei prossimi post.

- dramaqueen

4 commenti:

  1. A parte i punti in comune tra me e tua nonna... molto interessante questo spunto! Anch'io cerco sempre di rivivere le emozioni dei personaggi legandoli a mie emozioni. Non sempre è facile, soprattutto quando poi si vanno a scoprire nervi tesi, però forse quelli sono proprio i lavori migliori.

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    1. Sì, è proprio quello che penso anch'io: le cose che sentiamo più vicine ci permettono di creare poi le interpretazioni migliori. Ma credo che funzioni anche con i bei ricordi, non solo con quello brutti.

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  2. vi racconto la mia esperienza: quando un regista mi propose di interpretare il personaggio di Medea mi venne un colpo. come potevo trovare il gancio? sono madre di due bimbe. poi riflettendoci l ho trovato. Quale madre a volte non ha sacrificato i propri figli per fare qualcosa che le piaceva? a me ad es. era il teatro che mi portava via tempo per le mie figlie, per cui avevo i sensi di copla...allora il personaggio mi è riuscito benissimo.....

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    1. Benvenuta e grazie per il tuo racconto!
      A volte i personaggi teatrali si trovano in situazioni estreme, ma si può comunque riuscire a trovare un aggancio con la nostra vita, come dimostra la tua esperienza.

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