7 febbraio 2017

Dame oscure

La mia prima esperienza al Teatro Litta - La Cavallerizza è stata molto positiva, quindi ho deciso di ritornare a vedere "Dame oscure" di Debora Virello, spinta anche dal titolo dello spettacolo e dal sottotitolo "una storia gotica".
Come vi avevo raccontato anche per Beyond Vanja, la sala è piuttosto piccola e crea un'atmosfera raccolta, che non è affatto un male. Anzi, secondo me coinvolge ancora di più lo spettatore, sfruttando la vicinanza con lo spazio scenico.


Questa volta, la scena è ambientata all'interno di una gabbia, dentro la quale sono sparsi una moltitudine di fogli scritti. Gli unici oggetti di scena sono una macchina da scrivere, una scrivania e una sedia.
Un'attrice sola, in questa cornice formata da pochi ed essenziali elementi, dipinge la storia. O meglio, due diverse storie intrecciate fra loro.

La protagonista si presenta all'inizio come una scrittrice. La vediamo con la sua macchina di scrivere, mentre pigia sui tasti e descrive l'emozione che solo la scrittura le sa dare.
Poi, il marito la interrompe, chiamandola dal piano di sotto. Capiamo subito che quello con il marito non è un rapporto facile: la protagonista vuole essere lasciata in pace a scrivere, mentre lui vorrebbe portarla fuori. L'aria aperta, la luce, il cane... sono tutte cose che alla scrittrice non interessano. Lei odia il posto in cui il marito l'ha portata a vivere. Le vuole solo immergersi nella sua scrittura, potersi concentrare e non essere disturbata.
Nel susseguirsi delle scene, vediamo che talvolta la donna inveisce contro il marito, altre volte invece cerca di ricomporre la frattura che si è creata tra loro due. Ma la ricomposizione riesce solo in apparenza.

Alternata a questa, prende forma un'altra storia: quella che la protagonista sta scrivendo. Parla di una ragazza orfana, senza padre né madre, che viene assunta come istitutrice in una casa misteriosa.
Il suo ruolo è quello di educare le due bambine, nipoti del proprietario della residenza. Tra una lezione e l'altra, le porta a fare delle lunghe passeggiate nei dintorni. Ma un giorno, mentre camminano vicino ad una chiesa diroccata, compare davanti a loro un enorme cane nero...
Diversi topoi letterari del genere gotico vengono ripresi in questo racconto: a tratti sembra di riconoscere una storia che abbiamo già letto, ma poi la trama cambia e si sposta su un altro riferimento letterario.
Questo gioco di rimandi alla letteratura mi ha fatto un effetto particolare: ascoltando, avevo l'impressione che fosse una storia familiare e conosciuta, ma allo stesso tempo restavo con il fiato sospeso perché non riuscivo a prevedere la fine.

Le due storie si alternano nel corso della rappresentazione, con un ritmo serrato, quasi folle.
Effettivamente, la scrittrice, con i suoi monologhi e i suoi movimenti scomposti, rasenta spesso la follia. Grida, sposta la scrivania, getta via i fogli e cammina dentro e fuori dalle sbarre della sua prigione.
Il suo alternare scene di rabbia disperata a momenti di euforia mi ha ricordato il comportamento di una persona affetta da disturbo bipolare.

Le protagoniste delle due storie sono interpretate dalla stessa attrice. Anzi, si potrebbe dire che l'attrice interpreta la scrittrice che poi interpreta l'istitutrice, in una sorta di catena.
A differenza della scrittrice, l'istitutrice racconta attraverso un microfono. Che, di per sé, non sarebbe necessario, viste le ridotte dimensioni della sala, ma serve a modificare il timbro della voce e a creare un'atmosfera diversa, a distinguere le due vicende senza dover marcare di netto la fine di una e l'inizio dell'altra.
Gli effetti sonori, come l'eco applicato ad alcune battute, sono dosati sapientemente e contribuiscono a rendere ancora più coinvolgente lo spettacolo. A questo si aggiungono le luci, che cambiano colore seguendo il cambio di atmosfera.

Che cos'hanno in comune, queste due donne? Oltre ad essere una la creatura letteraria dell'altra, sono legate anche dal loro tormento interiore.
Per la scrittrice è il rapporto con il marito, l'esigenza di scrivere e di essere lasciata in pace che lui non riesce a capire e a rispettare. Per l'istitutrice è la figura del cane nero, che continua a seguirla e a raggiungerla, ovunque vada. Credo che come ambientazione sia stata scelta una gabbia proprio per rappresentare questo tormento che le imprigiona.
Alla fine, entrambe troveranno un modo di uscire da questa gabbia, di liberarsi da ciò che le affligge. Anche se forse non è il modo che lo spettatore si aspetterebbe, ma è quello che va bene per loro.

Qualcuno potrebbe chiedersi se non sia noioso, dopo un po', stare ad ascoltare sempre la stessa attrice che parla e che, per di più, ha solo uno spazio ristretto per muoversi.
Ammetto che, in alcune situazioni, questo dubbio possa essere fondato, ma in questo caso non lo è per nulla. Debora Virello è così brava che riesce a focalizzare sempre l'attenzione del pubblico. Anche nei momenti in cui rimane immobile sul palcoscenico, la sua voce e la musica di sottofondo sanno creare immagini vive nella mente dello spettatore e lo tengono inchiodato alla sedia.

Avete bisogno di altri motivi per andare a vedere questo spettacolo?
Quella di Milano era la prima nazionale, quindi vi consiglio di tenere d'occhio i teatri della vostra città, nell'attesa che compaia "Dame oscure" nel cartellone. Poi mi direte se anche voi l'avete apprezzato.

- dramaqueen



Foto di Roberto Rognoni dal sito mtmteatro.it

2 commenti:

  1. Terrò d'occhio i cartelloni anche se dubito che "Dame Oscure" possa arrivare anche in una realtà desertificata culturalmente come la Riviera del Brenta, forse a Venezia è più probabile....

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    1. Immagino che a te potrebbe piacere! Forse a Venezia arriva, oppure potresti tenere d'occhio la zona di Padova, se non è troppo lontano...

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