14 marzo 2017

Call of duty - Fake version

No, non si parla del videogioco.
Il blog non ha subito un riconversione durante la notte: continuiamo a parlare di opere teatrali. Si parla dello spettacolo del Teatro Libero di Milano, che ha un titolo ispirato al famoso videogioco sparatutto, e per un buon motivo.


Il testo di Tatiana Olear, portato in scena con la regia di Manuel Renga, infatti si interroga sul significato di questa call of duty. La chiamata al dovere che spinge le persone ad abbracciare una causa e a sostenerla fino al punto di abbandonare il proprio paese ed entrare in guerra.
Quattro attori, a coppie, interpretano quattro storie distinte ma sovrapponibili, che si svolgono in luoghi e tempi diversi, ma parlano dello stesso tema.

Due giovani italiani in pigiama nel salotto di casa, che guardano il telegiornale e cercano di trovare un'interpretazione agli incubi che tormentano il sonno di uno dei due.
Due ragazze in Siria, convertite all'Islam e sposate a due jihadisti. Entrambe sono arrivate da lontano: una dalla Svizzera e una dall'Australia. A casa, tutte e due amavano guardare lo stesso programma TV sui matrimoni. Forse entrambe vorrebbero tornare a casa, ma non lo possono ammettere.
Due combattenti in Ucraina, uno italiano e uno armeno, che cercano di scampare al bombardamento che si è abbattuto sulla città. Ma in alcuni momenti sembrano dimenticarsi che la guerra intorno a loro è un fatto reale, mentre si ricordano delle loro partite a Call of Duty.
Una madre e il suo bambino che gioca, ma che pone anche domande complesse: che cos'è la realtà? Perché la realtà lo spaventa. Ma quello che si vede al telegiornale è reale oppure no?

In tutto lo spettacolo, realtà e finzione si mescolano.
Per i due ragazzi italiani, la realtà è quello che succede dentro casa loro, è il telegiornale trasmesso dalla televisione, sono i sogni che cercano di riportare a galla il loro subconscio? Per le giovani siriane, la realtà sono i droni che le minacciano là fuori, o il programma TV che le riporta a quand'erano a casa? Per i foreign fighters in Ucraina, la guerra è vera o è una partita a Call of Duty?
Il bambino, che vuole veramente capire che cos'è la realtà, sembra non riuscirci.
Le immagini proiettate sui pannelli che costituiscono la scenografia, tratte da videogiochi e telegiornali, non aiutano lo spettatore a capire se tutto è reale oppure niente lo è. Anzi, lo aiuta a porsi questa domanda e a cercare una propria risposta.

Un po' di senso di straniamento me l'ha causato anche l'alternanza di lingue in cui parlano i personaggi.
Certo, lo spettacolo è in italiano, ma ci sono frasi in inglese, arabo e francese. Non so bene a che cosa sia dovuta questa scelta, ma posso ipotizzare che voglia ricreare un certo realismo (in fondo, bisogna dare una spiegazione del perché tutti questi personaggi in giro per il mondo riescono a parlarsi in italiano).
Oltre a questo, a me l'alternanza linguistica ha dato anche un'impressione di universalità, ricordandomi che noi siamo italiani, sì, ma c'è anche tutto il resto del mondo intorno a noi. Non siamo il centro di niente, siamo solo una parte del mondo.

Quello che mi aspettavo da questo spettacolo è anche che mi aiutasse a capire: che cosa spinge delle persone a voler andare a combattere per una causa che apparentemente non le riguarda nemmeno?
Perché, sinceramente, io vorrei tenermi il più lontano possibile dalla guerra. Mi sembra una delle cose più terribili che potrebbero succedere. Molto egoisticamente, spero che qui non torni mai e spero anche che finisca nei posti più lontani del mondo, perché le immagini che vedo mi angosciano profondamente.
Quindi, non riesco proprio a capire perché qualcuno dovrebbe desiderare di partecipare attivamente ad un conflitto armato o anche solo di trovarsi in un luogo devastato dalla guerra.

La risposta a questa domanda non è esplicita, ma si legge fra le righe: questi ragazzi sono in cerca di una causa in cui credere.
Forse c'entra la presunta crisi di valori che ha investito noi millennials. Fatto sta che tutti questi personaggi hanno bisogno di qualcosa che dia un senso alla loro vita e la trovano nella chiamata al dovere. Si sentono chiamati da una causa più grande di loro, che ha bisogno di loro e che finalmente dà loro un ruolo nel mondo. Li fa sentire importanti.
Se poi questa chiamata promette anche di far trovare loro la salvezza, il paradiso, la possibilità di costruire un mondo migliore... allora diventa comprensibile.

Insomma, quei terroristi di cui vediamo le facce al telegiornale hanno fatto cose terribili e sembrano anni luce lontani da noi. Però, alla fine dello spettacolo, questi personaggi, questi ragazzi... finiamo per capirli un po'.

Spero di non avervi rivelato troppo, ma anzi, di aver stimolato la vostra curiosità.
Se volete uno sguardo diverso sul mondo in cui viviamo, su un tema complesso ma non noioso, allora andate anche voi a vedere "Call of Duty" (non il videogioco) al Teatro Libero di Milano, fino al 19 marzo 2017.
E poi ditemi che cosa ne pensate.

- dramaqueen



Immagine dal sito www.teatrolibero.it

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