18 aprile 2017

Il teatro fuori dal teatro - guest post di Andrea Masiero

Oggi accolgo sul blog un ospite che ci parlerà di come si possono usare le tecniche teatrali fuori dal teatro, in ambiti che di solito non associamo alla recitazione, ma che invece hanno molto in comune con essa.

Sul palco dal 1997, Andrea Masiero è docente di improvvisazione teatrale dal 2012 per la compagnia padovana Cambiscena e per l’associazione nazionale Improteatro, presso la quale egli stesso si è formato a partire dal 2005. Si esibisce regolarmente in tutta Italia in numerosi format di teatro di improvvisazione.

Si occupa anche di prosa e cabaret dialettale. Ha portato in scena spettacoli di Ruzzante, Cechov, Campanile e Neil Simon, oltre a numerosi testi scritti da lui, tra cui il fortunato “Uomini con la valigia”. Dal 2016 si occupa anche di public speaking e cura il sito parliamocichiaro.net
Lo ringrazio per avermi proposto questa bella collaborazione e ora lascio direttamente la parola a lui.



Una delle cose che amo di più del teatro è che lo posso trovare ovunque
Lo trovo al mercato, nell'accento chioggiotto della signora del banco del pesce.
Lo trovo dal mio giornalaio, quando immancabilmente mi racconta dei suoi reumatismi, anche se non glielo chiedo.
Lo trovo guardando il terrazzo del mio vicino di casa, che dà da bere ai suoi gerani tutte le mattine nello stesso ordine, come faceva sua moglie che non c’è più.

“L’uomo porta sempre una maschera, senza volerlo né saperlo, una maschera di quello che in perfetta buona fede crede di essere. E inventa a tutto spiano un’infinità di parti alle quali ha bisogno di credere e che deve prendere sul serio”

Susan Bassnet - McGuire
A seconda del contesto, ciascuno di noi recita il suo ruolo, che di volta in volta può essere quello di padre, capoufficio, amante, cliente, insegnante, ecc.. 
Se diamo questo per vero, vuol dire che applicare tecniche teatrali alla nostra quotidianità può portarci ad essere “attori” più efficaci e quindi a migliorare la qualità delle “nostre scene”.
Il che non significa fingere, ma bensì essere più consapevoli.

Questo tipo di riflessione è stata presa in considerazione, studiata e sviluppata nell’ultimo secolo, da discipline come la psicologia e la formazione.

Teatro e Psicologia

E’ molto diffuso in psicologia l’uso dello psicodramma
Si tratta di un metodo di lavoro di gruppo che sfrutta la messa in scena di tipo teatrale del proprio vissuto, per giungere alla sua rielaborazione, attraverso la possibilità di rivederlo e/o riviverlo sia dall'interno come protagonista, che dall'esterno, come spettatore. 

Questo strumento terapeutico è nato quasi casualmente negli anni '20 del secolo scorso e trae origine dal lavoro di uno psichiatra di origini rumene, Jacob Levi Moreno, appassionato di teatro e improvvisazione teatrale. 
Negli scritti di Moreno si cita il caso di un’attrice della sua compagnia, la quale, stando alle testimonianze del marito, a casa diventava un angelo se sulla scena aveva la possibilità di interpretare ruoli prepotenti o malvagi, mentre risultava insopportabile se sulla scena doveva interpretare ruoli femminili più delicati.

Nello psicodramma la consegna dei terapeuti è spesso: “non dirmelo, fammelo vedere”, che ci ricorda il famoso “show don’t tell”, comandamento base degli sceneggiatori americani. 
Mettere in scena le emozioni, trasformandole in azioni, permette di saltare i meccanismi mentali di controllo razionale, così chi compie l’azione può meglio rendersi conto di cosa ha effettivamente provato e fatto. 
Se poi la messa in scena del proprio ruolo è interpretata da un altro membro del gruppo, è possibile osservare il tutto dall'esterno, come spettatori di se stessi, riuscendo così a notare sfumature che dall'interno, così come sul piano reale, erano magari passate inosservate.

Lo psicodramma è stato il precursore di quella che viene definita Teatro Terapia, che comprende tutte le ramificazioni in cui lo psicodramma si è evoluto nel corso degli anni.
In realtà non è raro che, anche in laboratori teatrali non terapeutici, durante le prove di scene/esercizi di relazione, si vedano allievi mettersi a piangere o sentirsi bloccati.
Questo perché ciò che la scena propone in quel momento va a smuovere o stuzzicare emozioni passate molto simili o che richiamano situazioni vissute che non sono ancora state elaborate completamente da chi le sta recitando in quel momento.


Formazione Aziendale

Anche chi si occupa di formazione si è accorto dell’utilità di inserire tecniche dell’arte teatrale in contesti formativi, andando a integrare la tradizionale formazione d’aula. Si parla così di teatro d'impresa.
Non è sempre facile accostare il mondo del lavoro a quello del teatro, e nonostante questa pratica sia ormai abbastanza diffusa, per molti è ancora considerato un connubio sacrilego. Una risposta che capita di sentire frequentemente quando si propone attività teatrale in azienda è: “Siamo qui per lavorare non per giocare!”

In realtà vanno fatte due considerazioni:

  • Le aziende sono fatte di persone, prima che di personale, ed è la qualità delle persone (intesa come capacità di relazionarsi, cooperare, ascoltare e risolvere problemi) a dare valore aggiunto ad un’azienda in se. 
  • È ampiamente dimostrato che la dimensione ludica facilita l’apprendimento. Come diceva Platone, infatti, “Scopri di più di una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione”.
Il teatro d’impresa nasce in Francia nel 1980 con Michel Fustier, esperto di risorse umane, e viene poi divulgato successivamente dall'attore canadese Christian Poissonneau.
Si tratta di uno strumento formativo che offre la possibilità agli “utenti” di riflettere sui propri comportamenti in maniera leggera, però allo stesso tempo molto efficace, in quanto aggira le difese che i metodi di formazione tradizionale spesso attivano. 
Esistono varie tipologie di teatro d'impresa, ognuna con proprie caratteristiche e finalità e con modalità di fruizione più o meno partecipativa da parte dei soggetti destinatari. In contesti di questo tipo sono molto utilizzate le tecniche del teatro d’improvvisazione

Solitamente i partecipanti mettono in scena pezzi di vita aziendale per analizzare situazioni conflittuali, per scardinare schemi mentali o per uscire dalla propria zona di comfort.
Di solito si usa un registro “comico”, si mette in scena la parodia dei problemi aziendali, per poter così sdrammatizzarli e riflettere in maniera serena su di essi.
Di norma si alternano momenti pratici, generalmente gestiti da attori, a momenti di analisi del lavoro svolto, detti debriefing, generalmente gestiti da psicologi/formatori. Quando il duplice ruolo è ricoperto dalla stessa persona, questa viene detta form-Attore.

Sempre in ambito aziendale, le tecniche teatrali vengono studiate anche per migliorare la comunicazione sia in situazioni di lavoro di gruppo che in situazioni di rapporto uno a tanti. 
E così la postura, l’uso della voce, il controllo del linguaggio non verbale e paraverbale diventano elementi da allenare per migliorare empatia, carisma, leadership, persuasione, autostima, ascolto attivo.

Per concludere, il teatro all'interno di un'organizzazione rende le persone in grado di imparare non solo attraverso la razionalità del pensiero, ma anche, e soprattutto, attraverso le proprie emozioni. Queste ultime, una volta liberate, aiutano ad apprendere perché svincolano gli individui dalla routine e dalle consuetudini, lasciando spazio a sperimentazione e scoperta e quindi all'apprendimento.

Questo articolo non ha la pretesa di essere esaustivo su tutte le applicazioni non artistiche che può avere il teatro. Non ne basterebbero dieci di post! Vuole solo fornire degli spunti sulla valenza che l'atto teatrale può avere anche per chi non ha nessuna intenzione di calcare un palcoscenico.
Infatti credo che, fondamentalmente, fare teatro significhi prendersi cura della propria persona, entrare in contatto profondo con se stessi e con gli altri. È un modo divertente ma efficace che permette di dare forma e voce a qualcosa di se che di norma resta nascosto.

Non sarà stato esaustivo, ma almeno per me è stato un modo per scoprire un altro aspetto della recitazione che conoscevo poco e una fonte di nuovi spunti di riflessione.
Ringrazio ancora Andrea per aver scritto l'articolo e, se vi interessano questi argomenti, vi invito a dare un'occhiata anche al suo sito.

- dramaqueen

5 commenti:

  1. Sostanzialmente stai facendo riferimento alla tragedia classica, che aveva finalità catartica, volta alla risoluzione dei conflitti interiori dello spettatore che si immedesima nei protagonisti. Finora però non avevo mai sentito porre l'accento sul fatto che l'attore, prima che attore, è anche fruitore del dramma e quindi la catarsi interessa anche lui. Questo ha una base profondamente neurologica, attraverso i neuroni-specchio, che si attivano quando vediamo fare qualcosa, ma anche solo se la leggiamo o la ricordiamo: quindi la narrativa (teatro compreso) è un modo per veicolare e trasmettere sensazioni ed emozioni, in modo che le fruisca è come se le stesse vivendo lui in prima persona: così si va a smuovere materiale psichico che può essere più o meno sommerso, più o meno risolto.
    (Ops. Spero di non essermi dilungato troppo e di non aver dato l'idea di saccenza.)

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    1. Certo, recitare è catartico anche e prima di tutto per l'attore. Anzi, a volte può portare a galla ricordi dolorosi: Stella Adler, ad esempio, non ne poteva più di recitare con il metodo di Lee Strasberg, perché tutto quel focalizzarsi sui ricordi la faceva star male. Quindi se n'è andata in Russia a studiare personalmente da Stanislavskij e poi ha sviluppato un metodo di recitazione proprio.

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    2. Ciao Marco, scusa se non ho risposto prima al tuo commento.
      Quoto quanto ti ha detto Elisa: recitare è catartico anche per gli attori, in particolare se alle prime armi (ma non solo in realtà). Quando sei all'inizio però fai molta più fatica a separare la finzione dalla realtà, oppure può capitare di essere talmente dentro a un personaggio da non distinguere più cosa è scena e cosa non lo è. Così entrare e uscire da un personaggio può risultare faticoso e/o doloroso. Io ti porto poi la mia esperienza di quando tengo corsi con allievi principianti. Quando si chiede di lavorare sulle emozioni la fatica è tanta perchè, pur sapendo di fingere, gli allievi sentono di mettere in mostra delle cose di sè che magari, solitamente, non esibiscono in pubblico. Questo li porta a sentirsi vulnerabili, a mettersi in gioco, a uscire dalla propria zona di comfort. Quindi a predisporsi a un cambiamento.

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    3. In effetti adesso mi è venuto in mente (ricollegandomi a quanto hai detto nel post) che una docente HR mi ha raccontato che in un corso ha usato la tecnica del teatro d'impresa e durante una simulazione una dei partecipanti è scoppiata a piangere per la troppo immedesimazione che le ricordava il suo vissuto difficoltoso.

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  2. si,si, capita, eccome se capita...

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