17 aprile 2018

Cosa xe che te ghe dito? - Una riflessione sul dialetto

Oggi voglio parlare di dialetto. Il mio dialetto, il dialetto veneto, ma credo che il discorso possa essere trasportato anche nella vostra regione di appartenenza. Gli schemi che ritornano sono sempre gli stessi.
Ho un rapporto particolare con il dialetto. Sono nata in un paesino molto piccolo, in una zona della provincia vicino alle montagne, in cui quasi tutti lo parlano. In famiglia, ma anche dal panettiere, in farmacia o nell'ufficio anagrafe del comune. 


Io non lo parlo spesso, non sono molto abituata, però lo ascolto. Mi sembra così naturale che ormai non mi rendo più conto della differenza se una persona mi parla in italiano o in dialetto. 
I miei genitori mi parlano abitualmente in dialetto e io rispondo in italiano, buttandoci dentro qualche espressione dialettale quando ci sono concetti che non riesco a tradurre

Ecco, questo è il punto, e me ne sono resa conto ancora di più da quando mi sono trasferita a Milano: ci sono parole che non mantengono lo stesso significato in italiano. Si possono esprimere con una perifrasi, ma non mi danno la stessa sensazione dell'originale.
Altre sono perfettamente traducibili, ma ormai la mia mente ha catalogato l'oggetto in quel modo e non si può più cambiare, sono fatta così. La gente che vive con me deve imparare che cosa sono le "canevase" perché il fatto che in italiano si chiamino "strofinacci" non mi entrerà mai in testa.

In un certo senso, il dialetto veneto è la mia lingua madre, perché è la lingua in cui mi parlano i miei genitori. Che, certo, sanno parlare benissimo anche in italiano, ma sono abituati a parlare così perché è il loro modo di essere. Anzi, è anche un po' il mio, perché mi hanno raccontato che quand'ero piccolina, prima di andare a scuola, parlavo quasi solo in dialetto.
Non mi sorprende, quindi, che sentir parlare il mio dialetto mi faccia sentire a casa, mi ricordi la mia infanzia e tutte le cose che conosco bene.

Non so se possa essere considerata una lingua: sinceramente non ho idea di quali siano i criteri per poter definire una lingua vera e propria. Forse ha troppe varianti nel giro di pochissimi chilometri.
Però ho letto anche che i bambini che crescono parlando sia italiano che dialetto hanno un cervello simile a quello dei bambini che crescono bilingue. Quindi, questo potrebbe aiutare a sostenere la mia tesi che il dialetto e le tradizioni locali sono una ricchezza, non qualcosa di cui vergognarsi.
Spesso il dialetto (soprattutto il veneto) è visto come una cosa da persone rozze e poco colte, che non sanno parlare l'italiano. Ma non è detto che chi parla una lingua non sappia parlare bene l'altra, anzi!

Perché ve ne sto parlando qui? Che cosa c'entra con il teatro?
Pensando ai modi per mantenere vivo il dialetto locale, mi è subito venuto in mente il teatro, perché si tratta prima di tutto di una lingua parlata. Si possono anche scrivere libri, ma è nella parola, nelle persone che lo parlano, che un dialetto è veramente vivo, con il suo accento e i suoi suoni diversi da quelli dell'italiano.
Spesso mi è capitato di veder recitate delle commedie in dialetto e le trovo una bellissima occasione di aggregazione, in cui le persone possono riunirsi e sentir parlare la lingua delle loro origini. E quindi fare in modo di non dimenticarla.

Insomma, dopo tutto questo discorso, non siete curiosi di sentirmi parlare in dialetto?
In libreria ho trovato una versione veneta di un libro famosissimo, che sicuramente tutti conoscete, e ve ne ho voluto leggere i primi due capitoli.



Che ne pensate? Voi che rapporto avete con il vostro dialetto?
Lo parlate, lo capite, ma soprattutto: non vi dispiace che rischi di finire dimenticato?

- dramaqueen

14 commenti:

  1. Il dialetto veneto rozzo? non so, secondo me lo è di più il mio pugliese ma soprattutto quello romano...comunque anch'io ho lo stesso tuo rapporto con questa "lingua", che soprattutto nei paesini è di vitale importanza, quindi guai a dimenticarlo ;)

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    1. Non so... forse tante persone hanno l'idea che il proprio dialetto suoni rozzo e quelli degli altri no... xD
      Sono contenta che ci sia qualcun altro che la pensa come me!

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  2. In Veneto ci sono stato spesso e ho notato che in effetti il dialetto è proprio la lingua "di tutti", quella che la gente ha nel cuore. A me piace il dialetto veneto, ho anche scritto un libro ambientato in veneto dove compaiono espressioni dialettali veneziane, figurati un po'.
    Anzi, ti dico: più che la versione veneta del "Piccolo principe" (comunque un'opera di un autore straniero) perché non leggi qualcosa di autenticamente veneto? (Io adoro i sonetti di Baffo, ma mi rendo conto che sono piuttosto, ehm, scabrosi e forse inadatti a essere letti pubblicamente).
    Dalle mi parti si parla il romanesco che è praticamente "italiano parlato male" come diceva il mio professore di lettere. Da questo punto di vista è tutto sommato facile da capire, anche se il senso di qualche parola può sfuggire (alcune non le capisco neppure io che ci sono nato, mi immagino quanto possano disorientare uno che proviene da un'altra parte d'Italia).
    Non lo parlo quasi per niente, anche perché a casa mia non se ne faceva uso, quindi la mia lingua madre è proprio l'italiano corretto, il romanesco è piuttosto quella da usare per gli "sfoghi" e i momenti di ilarità.

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    1. Avevo anche pensato a leggere qualcosa di veneto "puro", ma quello che mi ha sempre bloccato è pensare che poi tre quarti del mio pubblico non capirebbe e potrebbe annoiarsi. Per questo ho scelto una traduzione di un libro che conoscono tutti.
      Però potrei provare :)

      Il romanesco più o meno lo capisco, alcune parole le ho imparate grazie a Zerocalcare, ma per lo più la diversità con l'italiano è che non finite le parole, no? XD

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  3. Per rispondere al tuo dubbio ti dico che sì, i dialetti sono lingue a tutti gli effetti, perché hanno comunità che le utilizzano correntemente, un loro sistema morfo-sintattico è una ricchezza semantica pari (e per certi versi superiore, come dimostra l'intraducibilità di cui parli) alle lingue nazionali. La grammatica, insomma, non sarà scritta e spesso le varianti si avvertono anche a pochi chilometri di distanza, ma non c'è motivo per considerare il dialetto inferiore all'italiano. Che poi una bella dizione italiana sia più elegante è vero (a scuola, quindi in contesto formale, la mia patina veneta mi dà un po'fastidio), ma in fondo si tratta di un'impressione data dalla formalizzazione del modello fin dall'epoca di Dante e inoltre fa sempre parte dell'identità e delle proprie radici e resta, anche per me, la lingua del lessico famigliare... Insomma, viva il bilinguismo e soprattutto la diglossia! :)

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    1. Grazie di aver risolto il mio dubbio!
      Ci sono contesti in cui suona meglio l'italiano, ma non è nemmeno sempre vero... a volte il mio professore di italiano del liceo se ne usciva con qualche frase in dialetto e magari spiegava anche l'origine dell'espressione! Era molto interessante!

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  4. I dialetti sono in effetti delle vere e proprie lingue, in Veneto poi avete davvero un rapporto privilegiato con questo modo di esprimersi. A me personalmente piace anzi piacciono tutti i dialetti anche se preferisco esprimermi in italiano, mia madre era un insegnante e ci teneva che noi figli ci esprimessimo così.
    Se posso dire credo che il dialetto veneto, inizialmente visto con simpatia (era la lingua delle commedie di Goldoni e poi di grandi artisti come Lino Toffolo) sia stato usato a sproposito,anzi preso in ostaggio, prima dai leghisti regionali e poi dai veri e propri separatisti, un poco come è capitato con l'altrettanto glorioso gonfalone di San Marco.

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    1. Non mi parlare di leghisti e separatisti... Non voglio averci niente a che fare! Anzi, mi dispiace anche condividere il mio territorio con alcuni soggetti tanto chiusi di mente.
      Credo si capisca che io sostengo il dialetto perché è bello ricordare le proprie origini, ma non vuole essere in alcun modo una chiusura verso il "diverso" e verso il futuro.

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  5. Sono un appassionato di teatro e ogni tanto capito qui a curiosare. Da veronese, amante della propria terra, delle sue tradizioni e del suo linguaggio non posso esimermi dal commentare! Innanzitutto fatico a comprendere il concetto di "dialetto veneto" (o meglio ancora, "lingua veneta") perchè trovo che ci siano talmente tante differenze nelle varie zone geografiche della regione da rendere impossibile l'esistenza di una sola lingua veneta.
    Penso che abbia la stessa dignità di tutte le altre lingue locali, sia nel parlare comune, sia nelle forme di espressione artistica. Trovo che l'emozione che mi danno certe canzoni (o meglio, certe cante) di montagna, che raccontano le vicende legate alle due guerre mondiali non valgano meno della canzone napoletana, del canto a tenores dei sardi o di qualunque altra espressione locale.
    Infine permettimi una curiosità: parli di teatro, parli del dialetto veneto... non hai scordato di nominare un signore veneziano di nome Carlo? Mi pare che di cognome facesse Goldoni... ;-)
    Un saluto!
    Massimo

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    1. Ciao e benvenuto!
      Goldoni l'ho già menzionato in un post apposito e non volevo suonare scontata nominandolo anche qui... anche perché ci sono tantissimi altri testi teatrali in veneto, antichi e moderni, non bisogna ricordarsi solo di lui :)

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  6. Sarà perché sono rovigotto da parte di madre (e pure di padre), "el diaèto" a me è sempre piaciuto, anche se il loro era un dialetto piuttosto locale, probabilmente "sporcato" da influenze provenienti della poco lontana Ferrara.
    Il veneto però a me piace sparato a tutta velocità, con ampie variazioni di tono... quasi non mi pare naturale sentire le parole scandite lentamente....
    Non mi fraintendere.. tu sei stata bravissima... se vede che te sito na veneta doc.. (avrò scritto giusto?)

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    1. Ahah beh mi dovevo adattare a quello che stavo leggendo... però cercherò qualcosa di più genuinamente veneto da proporvi.
      Quasi giusto, si dice "se che te si na veneta doc" ;)

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