5 aprile 2018

Recitare: una fuga da se stessi o un modo per conoscersi?

Il classico simbolo del teatro sono le due maschere, una sorridente e una triste, che rappresentano la commedia e la tragedia.
Ancora oggi, in alcuni spettacoli, gli attori indossano delle maschere, ma anche se spesso li vediamo con il volto scoperto, noi spettatori sappiamo che quella non è la persona che è l'attore nella sua vita reale. Sta interpretando un personaggio. La sua personalità è nascosta e viene "coperta" da quella di un altro.


A questo punto, viene spontaneo domandarsi: perché ad un attore piace recitare? Vuole fuggire da se stesso e dalla realtà della sua vita, assumendo le sembianze di diversi personaggi?

In realtà, il lavoro dell'attore è proprio l'opposto di una fuga da se stessi e, se la vostra intenzione è questa, vi consiglio di stare lontani dal teatro, perché invece vi porterà proprio a confrontarvi con le vostre emozioni e i vostri ricordi.

Ci sono persone che dicono "faccio teatro perché non ho i soldi per andare in terapia".
Ok, non sicuramente la stessa cosa... però in questa battuta c'è un fondo di verità. Interpretare un personaggio, se lo si vuole interpretare bene, spinge a porsi delle domande che altrimenti non sarebbero venute fuori. Spinge a riflettere su se stessi.
Poi, non è detto che risolva i nostri problemi e sicuramente non ha la stessa funzione della terapia, anzi, tante volte ci incasina la mente ancor più di prima. Però è una spinta per iniziare un confronto.

Se ci si avvicina ad un personaggio con l'idea di fuggire da se stessi... beh, non ci si potrà avvicinare veramente neanche al personaggio. Si finirà per rappresentarlo in modo superficiale.
L'obiettivo dell'attore dovrebbe sempre essere quello di portare in scena un essere umano vero e reale, con tutte le sfaccettature della sua personalità, le sue motivazioni, i suoi ricordi. Per farsi questo, bisogna necessariamente far uscire il proprio lato umano e riconoscere le similitudini tra sé e il personaggio.
Alla fine, qualche elemento dell'attore entra nel personaggio, per renderlo vivo, ma anche qualche elemento del personaggio entra nell'attore.

Non serve nemmeno una parte complicata da recitare, per mettere in moto questo processo.
Ad esempio, se io dovessi interpretare una ragazza spensierata e sempre gioiosa, dovrei andare a ripescare quella sensazione di spensieratezza che ho vissuto nei miei ricordi. Creerei la gioia caratteristica del personaggio a partire dai momenti felici che ho passato con le mie amiche a ridere, quindi farei entrare in lei qualcosa che fa parte di me.
Se dovessi rappresentare una scena in cui una persona fa esplodere tutta la sua rabbia, dovrei prima trovare dentro di me la scintilla per accendere quella rabbia. La stessa cosa per le altre emozioni.

In questi casi, siamo noi attori che mettiamo qualcosa di nostro nel personaggio. A volte, però, succede anche che sia il personaggio a dare qualcosa di nuovo a noi.
Ad esempio, non credo che mi sarei mai spinta in tutte queste riflessioni sulla maternità quando avevo diciotto anni, se non fosse stato per Clitennestra. E sicuramente avrei continuato a considerare la comunità LGBT come "qualcosa che non mi riguarda", senza mai mettermi nei panni di chi ne fa parte, se non avessi interpretato Camilla.
Se chiedete ad ogni attore, vi potrà raccontare degli esempi di come i testi che ha interpretato l'abbiano portato a riflettere e a conoscere meglio se stesso. Certo, non è come la terapia, non risolve nulla... però è una spinta iniziale.

- dramaqueen

12 commenti:

  1. Ciao, anche io faccio teatro da un po' di anni e sono assolutamente d'accordo con la tua riflessione, anche se la parola "recitare" per chi cerca di intraprendere questa meravigliosa strada è vista molto male, soprattutto perchè si cerca di essere umani, autentici, come dicevi in questo articolo. Quello che posso dire che facendo teatro mi ha insegnato a togliermi tutte le maschere piuttosto che a metterle, cercando di scrollarmi di dosso tutte quelle finzioni che invece viviamo nella realtà di tutti i giorni. Penso che il teatro sia una lente d'ingrandimento della nostra verità.

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    1. Ciao, benvenuto o benvenuta e grazie per aver raccontato la tua esperienza!

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  2. Sicuramente, il metterci FISICAMENTE nei panni di qualcun altro, fosse anche un personaggio di fantasia, ci aiuta ad aprire la mente, ci arricchisce.
    Consideriamo cose che non avevamo valutato.
    Questo sì.
    Ma che possa sostiture uno psicologo (o anche solo il bisogno di una figura tale...) non mi sembra giusto nei confronti del teatro stesso...^^

    Moz-

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    1. Certo che non può sostituire uno psicologo, anzi, come ho detto a volte fa venire altri problemi che prima non c'erano... quindi è meglio non rivolgersi al teatro per curarsi ;)
      Ci si può divertire e imparare un sacco di cose, penso che basti!

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  3. Direi che recitare potrebbe essere un ottimo modo per conoscere meglio sé stessi nel profondo.

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  4. Nel mio piccolo, posso confermarti che anche scrivere significa scandagliare se stessi. Se non entri nell'interiorità dei tuoi personaggi, non potrai mai rendergli in maniera credibile. Penso proprio che anche con il teatro sia la stessa cosa, con la differenza che interpreti di fronte a un pubblico. Il che rende tutto ancora più difficile...

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    1. Non so quale delle due cose sia più difficile... anche scrivere è davvero impegnativo e non importa se non hai il pubblico davanti in quel momento!

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  5. Naturalmente volevo scrivere "renderli".

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    1. Il giorno in cui Blogger ci darà la possibilità di modificare i commenti, sarà un giorno felice...

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  6. In effetti ci sono attori (teatrali e cinematografici) che pur essendo oggettivamente bravi mostrano un limite invalicabile quando devono uscire dal proprio personaggio abituale: finché recitano seguendo un certo cliché (che presumo sia quello del loro modo di essere anche nella vita reale) sono perfetti; non appena devono cimentarsi con un ruolo diverso diventano mediocri, palesemente impacciati.

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    1. Sì, credo anch'io che gli attori questo succeda con le parti che sono più simili al loro modo di essere nella loro vita reale. In generale, credo che per tutti sia più facile mettere in scena determinate emozioni (ad esempio a me vengono facili le parti da arrabbiata) e su altre serva più lavoro.

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